Recensioni Teatro
Aldo Rapé | Pinuccio. Storia di un caruso
21 febbraio 2020
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Di Leonardo Mercadante

Aldo Rapé - Pinuccio Storia di un caruso - Leonardo MercadanteMessina – «Pinuccio è la storia di uno dei tanti, forse troppi, bambini che hanno lavorato nelle miniere di mezza Sicilia».
Ma Pinuccio, prima di diventare Pinuccio, era Peppino. E Peppino non era un “carusu di miniera”. Peppino era un bambino di dieci anni con un padre amorevole, un minatore, un picconatore chiamato da tutti “u Filosofu” per la sua propensione a cristallizzare la bellezza del vivere in poche, semplici parole; un padre ingiallito, con le carni “mangiate” dallo zolfo. Peppino aveva una madre che lo riempiva d’amore, lui e i suoi due fratelli piccoli. Perché ogni bambino ha una madre, e ogni uomo ha per madre la terra. E tra tutti gli uomini, i minatori sono quelli ad avere il rapporto più viscerale con la terra.
Ma la Madre Terra, tante volte, i suoi figli, una volta accolti, non li fa uscire più. È questa la sorte toccata a “u Filosofu” e a tanti suoi compagni lavoratori. La Madre Terra se li è inghiottiti. Sono morti fuori dalla grazia di Dio? Di sicuro fuori dalla grazia “d’u parrinu. Du curnutu du parrinu”. E da quel momento, per Peppino, “il tempo di giocare è finito”. È Peppino l’uomo di casa “adesso”. E l’uomo di casa deve portarci il pane, a casa. Devono farlo lui e i suoi due fratelli, di cui il più piccolo ancora bagna i pantaloni. Tre fratelli a cui viene aumentata l’età di due anni per potere lavorare in miniera: da quel momento di anni ne avranno dodici, dieci e otto. Tre fratelli a cui viene chiesto di diventare uomini nel breve tragitto che porta alla Pirrera, la miniera di zolfo.
«Tre chilometri ci sono per la miniera di Gessolungo, a Caltanissetta. Peppino ha solo tre chilometri per non essere più un bambino.» Tre chilometri per diventare Pinuccio, “c’accussì pari cchiu ranni”; tre chilometri in cui, mano nella mano, i fratellini conosceranno u Ciclopu e tutti i personaggi – uomini, santi e poveri diavoli – che accompagneranno la loro vita per trent’anni e che, in quel primo tragitto, gli ripetono: «vi fate una settimana, se non vi piace ve ne andate». Tre chilometri per ripensare a tutto il bello che il padre gli ha lasciato nel cuore; un padre che in miniera non li avrebbe mai voluti vedere.
Aldo Rapé, classe 1976, occhiali e baffi, dà vita a un Pinuccio ormai adulto che piega e accarezza con amore i vecchi calzoni del padre da cui si solleva polvere in controluce; Pinuccio è ormai un ex minatore i cui ricordi si sono cementati con lo zolfo che ha respirato per decenni. E la musica di Sergio Zafarana – anche lui in scena – accompagna i ricordi di quest’uomo diventato adulto troppo presto e che, forse proprio per questo, non ha mai abbandonato il bambino che è stato.
Testo e interpretazione sono carichi di dolcezza, rabbia, situazioni tragicomiche che raccontano una storia di rassegnato eroismo di fronte al buio che ti inghiotte, all’imperativo categorico della sopravvivenza. Una messa in scena essenziale, con pochi e precisi gesti drammaturgici e appena un fascio di luce. Non serve altro per mettere in piedi questo stupendo monologo, vivido di materia immaginifica.
“Pinuccio/ Storia di un carusu” è un racconto diretto, che tocca lo spettatore, lo commuove, lo spiazza. È la storia di una Sicilia umana e schiava, con il capo talvolta chino per il bisogno di campare e talvolta in aria a guardare le stelle e meravigliarsi del mondo; una Sicilia di zolfo, di lavoratori devoti, di statue onnipotenti/impotenti e bambini che hanno dovuto imparare ad essere adulti troppo presto; di un mondo senza colpe e forse, proprio per questo, senza pietà.
Lungo e sincero l’applauso del pubblico dei Magazzini del Sale, sabato 15 febbraio, dopo il buio. “Pinuccio/ Storia di un caruso” è un monologo di e con Aldo Rapé; musiche di Sergio Zafarana. Premiato come Miglior Monologo al Premio Internazionale per il Teatro e la Drammaturgia TRAGOS / Piccolo Teatro di Milano/ Febbraio 2017 e selezionato al Festival Avignon 2019.

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