Recensioni Teatro
Auretta Sterrantino | CENERE. Per una poetica dell'impossibile
16 agosto 2020
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Di Leonardo Mercadante

Messina – In che modo questa performance c’entra con il lockdown? La domanda potrebbe sembrare oziosa, se non addirittura fastidiosa, ma non ci si può scordare del trauma di un teatro costretto a fermarsi all’improvviso per tre mesi. Un teatro che ora riparte anche dall’imbarazzo di incontrare i conoscenti, dai saluti con il gomito, dagli scanner per farsi misurare la temperatura all’entrata, dalle mascherine indossate per arrivare al posto assegnato, tutte cose alle quali, solo a gennaio 2020, nessuno avrebbe mai sospettato di sottoporsi.
Certo, si potrebbe rispondere che questo è “solo” il mondo a contorno della perfomance, non la performance; che sono le misure di sicurezza necessarie per l’ultima fatica di Auretta Sterrantino e QA-QuasiAnonimaProduzioni: «CENERE – per una poetica dell’impossibile», andata in replica il 27 luglio e l’11 agosto all’interno della rassegna Cortile Teatro Festival – a cura di Roberto Bonaventura e Giuseppe Giamboi.
Cenere - Per una Poetica dell'impossibile - A. Sterrantino - D. Leonardo Mercadante«CENERE è nata dagli studi fatti su T.S. Eliot durante la quarantena; poi, quando si è concretizzata la possibilità di collaborare a questa rassegna, ho pensato che non mi andava di mettere in scena nient’altro.» Così afferma la drammaturga messinese dopo che per circa un’ora Giulia Messina, giovane performer in totalitaria sintonia con la sua autrice/regista/dittatrice, si è offerta su una pedana minuscola a un pubblico attorniante.
Ma chi era il pubblico, e a cosa ha assistito? Apparentemente a un monologo, visto che sulla pedana c’era solo un corpo disteso ad accoglierlo – o ignorarlo.
Sul sito di QA-QuasiAnonimaProduzioni leggiamo: «La cenere è parte del rito del lutto. La cenere è polvere alla quale torniamo. La cenere è resto, residuo ma al contempo caparbia testimonianza di un’esistenza passata. Traccia di un’orma di senso, la cenere è sabbia che scandisce un tempo deserto in cui siamo soli, sempre più soli. E nudi, scarnificati» o anche «Lo studio, per una poetica dell’impossibile, parte da “La terra desolata” di T. Eliot con la sua partitura, per indagare quel senso di incombente desolazione post-cateastrophe che sempre mette a rischio l’umanità per poi vederla risorgere. Nuova? Migliore?»
A questo punto è lecito domandarsi se queste dichiarazioni di intenti abbiano davvero a che fare con ciò che è avvenuto nel cortile Calapaj- d’Alcontres. Per capirlo partiamo da uno tra tutti i pregevoli elementi dell’edificio scenico costruito da Auretta Sterrantino: non dalle musiche di Vincenzo Quadarella, né dal disegno luci di Stefano Barbagallo, ma dal testo. Un testo profondamente impastato, più che intrecciato, alla performance di Giulia Messina. Tanto la voce – non supportata da microfono – quanto il corpo della giovane performer hanno qualcosa di potente, ritmico, martellante, umano, deciso e stentoreo; l’impressione poi è che il corpo segua le parole senza aggiungere né modificare nulla al senso, anzi sottolineandolo, incidendolo, creando «solchi concavi che si attorcigliano».
Il profeta Giulia, neutro e senza genere, rimane ancorato al suolo ma tende le mani al cielo cercando di comprendere e di comprenderci, forse persino di esortarci a un dialogo, al confronto, anche al contrasto. Certo è difficile non ammirarne le doti attoriali, non lasciarsi suggestionare dai mantra polistrumentali ossessivo-compulsivi di Vincenzo Quadarella e dai tappeti di luce a ciclo continuo di Stefano Barbagallo: magenta, ciano, arancione, blu, rosso.
Molto più difficile è invece rischiare di farlo comodamente, e questo proprio grazie al legame tra il corpo di Giulia e il testo, con i suoi ossimori, le sue iterazioni, le anafore, le allitterazioni e il plurilinguismo ossessionante – ash, κόνις, τέφρα, cinis, cendre, σποδός. Un testo e un corpo impastati che spadroneggiano per più di un’ora e non lasciano affatto comodi. E quando si afferra ad apertura e a conclusione: «Aprile è il mese più crudele, aprile che genera lillà dalla terra morta, mischiando memoria e desiderio, agitando spente radici con pioggia di primavera. April is the cruelest month…» e non si può non pensare all’aprile 2020 della caccia ai runners, degli spettacoli in streaming, dei balconi, degli #andràtuttobene e dei #celafaremo.
Per un’ora il/la Profeta declama a ciclo continuo, passando da una posizione fetale alla fatalità evocativa di un pugno pieno/vuoto a braccio teso: «Siamo l’uomo contemporaneo, l’uomo delle immagini moltiplicate. Siamo l’uomo dei bombardamenti e delle vittime sacrificate. Siamo l’uomo della velocità, l’uomo che non pensa e non fa. Siamo l’uomo che avete ucciso, siamo l’uomo che ho ucciso io stesso siamo l’uomo che ha ucciso sé stesso.» Sono decenni che l’umanità se lo sente ripetere. Se lo sente ripetere prima e dopo ogni catastrofe. Se lo sente ripetere prima e dopo ogni cenere, ogni rimasuglio, ogni testimonianza o fertilizzante.
E all’improvviso balena l’ipotesi che sia questa la linea che unisce «CENERE» al mondo esterno. Si fa strada l’idea che la performance ci parli di un’umanità che perdura e perdurerà a qualsiasi pandemia, di un mondo prima e un mondo dopo la quarantena informati delle stesse storture, solubili e immiscibili simultaneamente. Nel frattempo il pubblico è perso negli atti di un Profeta in treccia e completo color carne che reitera significanti fonetici e gestuali quotidiani e ultra-quotidiani, i quali evocano porte che conducono ad altre porte di un edificio scenico polverizzato, dove tentare di scorgere qualche rovina è solo «Vanità delle Vanità».
Sono stati in molti a tornare alla seconda replica, e tutti si sono portati dietro qualcuno. Forse per cercare di capire cosa ci lega a Eliot e alla sua visione dopo quasi cent’anni di salto diacronico – e non solo – o, forse, per cercare di capire qualcosa in più di questa evocazione circolare e dissonante messa in piedi – o buttata giù – da Auretta Sterrantino. Tante sono le domande senza risposta: chissà se alla prossima replica qualcuno dal pubblico entrerà finalmente nel dialogo interagendo con il/la Profeta. Chissà in quanti, poi, per evitare l’inquietudine, hanno alzato le proprie difese. Chissà quanti, invece, erano senza difese né pregiudizi, interiormente nudi e pronti a perdersi nel deserto come il capofamiglia di “Teorema”. Difficile a dirsi: “l’uomo delle immagini moltiplicate” ha moltiplicato anche i suoi meccanismi di difesa, ed essere appellato come “deficiente” da il/la Profeta non lo tocca, anzi lo fa sorridere. E quel sorriso sembra quasi un’ipocrita supplica di complicità; odora del desiderio di stare dalla parte dell’additante e non dell’additato. Sembra la ricerca di un rifugio. Ma non c’è rifugio nel deserto.
Il lungo applauso ci riporta con i piedi per terra, fuori (?) dalla cenere. La performance è finita, gli interrogativi rimangono. Forse l’unica certezza è che «CENERE – per una poetica dell’impossibile» sia una di quelle performance alle quali bisogna “cedere” più che “assistere”. Chi conosce e apprezza il lavoro della Sterrantino vi ritroverà alcuni dei suoi tratti caratteristici. Chi invece non appartiene a questa categoria potrebbe, alle prossime repliche, trovare un’occasione per mettersi alla prova. Certo, tenendo sempre presente che la cenere è testimonianza e non soddisfazione.
In finale la lista dei credits: CENERE – per una poetica dell’impossibile; studio da La terra desolata di Eliot; con Giulia Messina; musiche originali Vincenzo Quadarella; disegno luci Stefano Barbagallo; regia e drammaturgia Auretta Sterrantino; assistente alla regia Elena Zeta; assistente volontario William Caruso; Osservatorio critico e Ufficio Stampa Vincenza Di Vita; produzione QAQuasiAnonimaProduzioni/Nutrimenti Terrestri.

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