Recensioni Teatro
Auretta Sterrantino | Riccardo III. Suite d’un mariage
22 novembre 2018
0

di Leonardo Mercadante

Riccardo III - Auretta SterrantinoMessina – Si è aperta Il 18 novembre alle 18 alla Chiesa di Santa Maria Alemanna a Messina la sesta edizione di “Atto Unico. Scene di Vita. Vite di Scena” prodotta da QA-QuasiAnonimaProduzioni, diretta da Auretta Sterrantino e presieduta da Vincenzo Quadarella. “Riccardo III. Suite d’un mariage” inaugura con un debutto nazionale la rassegna, dopo uno studio che ha coinvolto gli artisti in tre suggestive tappe siciliane. Lo spettacolo scritto e diretto da Auretta Sterrantino è interpretato da Michele Carvello e Giulia Messina, entrambi provenienti dall’Accademia del Dramma Antico della Fondazione INDA di Siracusa; le musiche sono di Filippo La Marca e Vincenzo Quadarella; l’allestimento è di Valeria Mendolia; la produzione è di QA.
Il pubblico è disposto su tre fronti, come a voler accerchiare la coppia di giovani attori in scena. Di bianco vestito lui, in nero lei. Sin da subito i due mettono in essere una danza ipnotica su un tappeto di rumori, suoni e musiche che sembrano provenire da una dimensione altra, estranea e, al contempo, intrinseca. La coppia si corteggia, le mani di lui finiscono sul collo di lei. Ogni gesto è carico di sensualità ed erotismo. Un rumore come di un orologio irrompe dagli altoparlanti, qualcosa di meccanico e totalmente in antitesi alla carnalità messa in scena dai due performer che, improvvisamente, si staccano. L’ardore con il quale si erano cercati improvvisamente si tramuta in disprezzo. La coreografia si fa ossessiva, così come gli sguardi dei due, che si perdono l’uno nell’altro per riconoscersi poi, irrimediabilmente, come estranei. La musica, come la danza, sembrano voler diventare le vere protagoniste, echi di emozioni troppo forti che ancora non trovano forma nella parola.
Le braccia di questo Riccardo III (interpretato da Michele Carvello) tremano per lo sforzo muscolare. Le sue dita, simili ad artigli, si accartocciano come per cercare qualcosa di più denso dell’aria. Ogni posizione è studiata al millimetro. Auretta Sterrantino si fa dittatrice della stessa carne dei suoi interpreti. Come una tassidermista riempie i loro corpi di anime estranee, ne esalta la struttura e la plastifica in una perpetua danza rituale. Lady Anne (Giulia Messina) cade in terra e, nell’aria fredda della Chiesa di Santa Maria degli Alemanni, Riccardo trova quello che cercava: una corona pesante e invisibile. La parola fa la sua prima comparsa. “Prestato, vecchio, nuovo, blu” è il mantra scomposto ripetuto da un uomo e una donna in procinto di percorrere la navata fino all’altare. “Ora l’inverno del nostro scontento è reso estate gloriosa da questo sole di York”.
Ma sulla scena non ci sono né sun né son. Non c’è nemmeno il sole, mentre soli sono Anne e Riccardo. Deforme e incompiuto questo Riccardo non lo sembra affatto. La deformità, che è il motivo dell’orrore ma soprattutto del fascino che l’aspirante re esercita su chi lo circonda è talmente manifesta da apparire posticcia. Questo Riccardo è completamente nudo, aggressivo, fragile nel suo desiderio e in-credibile (non-credibile) nelle sue maschere. È un Riccardo che viene illuminato solo dallo sguardo tagliente di una Lady Anne disperata e spezzata. I due personaggi passano dall’utilizzo dell’inglese a quello del latino a un uso della parola come onomatopea: “Incipit, immutato, immutabile legge. Invariabile gregge.” Parole che suonano fragili e che, a ondate costanti, lasciano spazio alla fisicità dei due interpreti che, guidati dall’occhio onnisciente della Sterrantino, sembrano voler esplodere e ricomporsi in un’eterna spirale. Lady Anne lamenta di essere sposa a un tiranno, trattenuta tra le sue fauci, schiava delle sue voglie. Famelico e dagli occhi di lupo, Riccardo è egli stesso preda della sua vittima, schiavo del suo desiderio e insoddisfatto dalle mille angherie ai danni della sposa (difficilmente il pubblico potrà dimenticare l’immagine della Messina che corre senza spostarsi con il volto deformato).
Per la prima volta l’attenzione di chi scrive cade sull’unico oggetto in scena: una rampa di tre gradini con tre arbusti e un unico oggetto misterioso che sembra la fusione di più stoffe. L’oggetto misterioso viene spogliato del suo primo drappo con cui Riccardo, vile usurpatore, veste la sua sposa Lady Anne, vecchia moglie. “Prestato, vecchio, nuovo, blu”, il mantra si ripete e si assiste alla realizzazione del desiderio, del matrimonio, dell’incubo. Prestata è Lady Anne alle brame del suo carnefice. Prestato è Riccardo al disprezzo della sposa. I due coniugi, vomitando parole scomposte in maniera rituale, sembrano voler chiamare il pubblico a testimoniare “l’inverno del loro scontento”. “Magari fosse veleno mortale per te.” “Mai veleno scaturì da fonte così dolce”. Un Riccardo iper-virile, per questo svirilizzato, iper-vitale, per questo moribondo, si trasforma in burattinaio e, in una memorabile coreografia, fa di Anne il suo burattino, la sua bambola e, gettandola su un drappo-talamo di colore blu, per un attimo raggiunge il suo scopo. “Prestato, vecchio, nuovo, blu” il mantra ritorna; Anne/Giulia si mostra al pubblico adesso come una serva svilita al mero ruolo di oggetto del desiderio, desiderosa di essere strappata dalle mani di un padrone che non riesce a distogliere lo sguardo da lei. Si prende a pugni sulla schiena Riccardo/Michele, si proclama “specchio delle anime vostre” e per lui non c’è salvezza.
La doppiezza messa in scena dai due interpreti è costante, ogni loro azione è ambivalente. La Sterrantino, mettendo loro in bocca i simboli portanti della tragedia (il cerchio, che è anello, corona e struttura di tutto il dialogo) distrugge ogni significato restituendoci lo scenario desolante di due anime il cui unico obiettivo sembra quello di volersi trascinare a vicenda nell’inferno reciproco chiamato “matrimonio”. Anne e Riccardo sono due corpi che impattano in una guerra perenne, memori solo alla lontana dei tanti morti che Riccardo ha voluto in nome della propria sete di dominio. Ad Anne rimane solo il rifiuto, l’essere moglie senza essere amante: “Neanche una notte sola con lui vorrò stare”. Riccardo si getta a terra, tormentato dalle assenze di questo dramma, dalla privazione del movente politico, dai non-morti non-assassinati, come se la Sterrantino avesse sottratto le ragioni stesse della colpa di Riccardo, lasciandolo solo con il suo insaziabile ego: “Io amo me stesso e odio me stesso”. Ormai Lady Anne è lontana dai suoi pensieri, quasi sazia del suo tormento. “Dispera e Muori”. L’ultimo drappo di colore rosso viene tolto e rimane solo il doppio simbolo della croce e della spada. La croce a cui Riccardo chiede inutilmente l’assoluzione e la spada che in passato utilizzò per provocare l’ira di Lady Anne. Siamo agli ultimi sprazzi di un dramma che sembra destinato a crollare sulla sua stessa struttura concentrica. Tutto sembra spegnersi. I due attori danzano un’ultima coreografia. Il rumore meccanico di inizio spettacolo torna a echeggiare nella navata della chiesa. Solo un ultimo, dolce e apparentemente fuori contesto abbraccio sembra unire questo doppio ormai privo di desiderio. Buio. Applausi.
Il pubblico rende omaggio a due giovani performer che hanno dato prova di grande tempra e talento, alle musiche, alla drammaturgia e in generale a tutto l’assetto che ha permesso di destrutturare questo Riccardo III. Uno spettacolo così tensivo rischiava di mettere il pubblico sulla difensiva. A qualcuno sarà anche successo. I molti che invece si sono lasciati travolgere si portano a casa spunti di riflessioni interessanti e una nuova luce sulla sempre attuale opera shakespeariana. Degno di menzione anche il dibattito a seguire, che ha visto l’ intervento di Maria Serena Marchesi, professore associato di letteratura inglese presso l’Ateneo di Messina; Francesco Paolo Campione, che insegna Storia dell’arte e Museologia presso l’Università degli Studi di Messina, ed Estetica dell’arte italiana presso il Consorzio Universitario del Mediterraneo Orientale di Noto e a moderare Vincenza Di Vita, docente di drammaturgia presso l’Università degli studi di Messina, critico teatrale e direttore dell’Osservatorio critico di QA.

Vedi anche:

Giusi Arimatea | Winter is coming

di Leonardo Mercadante Messina – Si è aperta Il...

continua

Gianmarco Orlando | Se mi lasci, mi masturbo

di Leonardo Mercadante Messina – Si è aperta Il...

continua

Quero e Natalucci | Pupi siamo

di Leonardo Mercadante Messina – Si è aperta Il...

continua

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *