Recensioni Teatro
Compagnia della Fortezza | Beatitudo
3 aprile 2019
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Di Leonardo Mercadante

Beatitudo – Compagnia della Fortezza - Leonardo MercadanteBologna – Standing ovation per un’opera intensa, simbolica, surreale che evoca gli infiniti universi di Jorge Luis Borges. “Beatitudo” è lo spettacolo che celebra il trentennale della Compagnia della Fortezza, nata in seno al carcere di Volterra e capitanata dall’attore, regista e drammaturgo Armando Punzo. È domenica 31 marzo e, per il numeroso pubblico venuto ad assistere, varcare la soglia del Teatro Arena del Sole è come scivolare in un sogno ad occhi aperti. Le pareti del foyer sono stipate di libri di ogni epoca, forma e dimensione. In silenzio donne e uomini eterei e atemporali spostano i libri da una colonna all’altra. Un uomo in bombetta suona al pianoforte; un altro con il petto nudo e un labirintico disegno sul corpo regge una canna in mano e sembra dirigere qualcosa. In alto, per i corridoi che portano ai palchi, uomini e donne camminano avanti e indietro, come sospesi in una dimensione parallela. Poco più in basso lo sguardo incrocia la mostra fotografica #trentannidifortezza – una luminosa lontananza: di Stefano Vaja “un racconto per immagini che ripercorre, negli anni, gli spettacoli visionari, gli allestimenti spiazzanti, i costumi sorprendenti e i momenti unici dei trent’anni della compagnia”.
Il pubblico, dopo essersi perso (o ritrovato) in quest’atmosfera, si incolonna per entrare in sala, dove le luci della domenica pomeriggio lasciano spazio a un’illuminazione soffusa e artificiale. È come entrare in un templio. Un uomo in nero (Armando Punzo) scandisce il tempo con lunghi sospiri. Sotto il palco, alla sua sinistra, cinque percussionisti in abito rosso; alla sua destra un pianoforte, un sitar, un violoncello…
Ogni istante è dilatato. Il musicista che avevamo incontrato nel foyer prende posto al pianoforte. Le luci si affievoliscono impercettibilmente, sempre di più. Buio. Si apre il sipario. Da questo momento più che di uno spettacolo teatrale sembra di vivere l’esperienza di un rituale evocativo. La voce di Punzo è quella di un sacerdote di fronte alle sacre scritture. Le tavole del palco sono ammantate di una nebbia quasi liquida. Un esercito in tonaca gialla e rossa è schierato su più livelli reggendo lunghe canne come fossero lance. Ogni monologo, movimento, apparizione e parola è un susseguirsi di immagini che nulla hanno a vedere con la mondanità. Uno ad uno prendono vita i personaggi lontani, infiniti, impossibili ed eterni nati dal genio dello scrittore argentino. Le musiche originali (dal vivo) e il sound design di Andrea Salvadori, l’ensemble Quartiere Tamburi e i toccanti, surreali interventi canori – a cura di Isabella Borgi – fanno da tessuto connettivo e dettano il passaggio da un quadro all’altro. I personaggi che scendono e salgono dal palco alla platea appaiono o tremendamente vicini o irrimediabilmente distanti. Il silenzio è importante quanto la parola. Il silenzio di uomini senza volto che navigano sulla nebbia, le parole di Emma Zunz.
Le luci fanno la loro parte tagliando e creando ombre, tingendo o ripulendo lo spazio. La città degli immortali viene rievocata nelle parole di uomini che passano sotto un arco che sembra un portale dimensionale tra questo e gli infiniti mondi. Tutta l’opera di Borges riemerge in un’archeologia vivificante, fatta di infinite forme, specchi, attimi, eternità, labirinti, sogni e viaggi nell’impossibile. Ogni tono di colore sul viso e sul corpo dei performer sembra parlare una lingua antica, dimenticata. La recitazione è trasognata, irreale, viva oltre la vita. Nessuna importanza viene data alla dizione, ogni performer si esprime per come sa, se in italiano o in un’altra lingua non ha importanza. Ed eccolo Asterione nella sua casa dalle porte sempre aperte e dagli immensi corridoi tutti uguali. Ecco l’Aleph, dal quale si può vedere il mondo e al quale si sovrappone l’Aleph. Ecco Averroé, Almostatim, Tzui Pen, Cartaphilus e Pierre Menard. Ecco Funes che vuole liberarsi della sua memoria sterminata per rinominare il mondo. Ed ecco l’Uomo Grigio che voleva sognare un uomo, sognarlo con minuziosa interezza, ed imporlo alla realtà. Il pubblico segue con il fiato sospeso. L’attenzione è totale. Le percussioni arrivano al massimo dell’intensità. Ogni personaggio sale sul palco, ogni elemento sembra aver raggiunto il suo culmine. Le quinte cadono svelando l’artificio scenico. All’improvviso c’è silenzio. Buio. L’orologio dice che sono passati 100 minuti ma a nessuno sembra importare.
Scoppia una standing ovation liberatoria. L’applauso è sentito, sincero, pieno, interminabile e fragoroso. “Beatitudo” è un’esperienza memorabile e catartica; uno spettacolo in cui la metafisica e la filosofia Borgesiana prendono corpo, vita, sostanza e ogni parola, gesto, luce, traccia, oggetto e movimento rimane sospeso in un’infinita reiterazione dal sapore assoluto. Menzioniamo inoltre la presenza scenica del giovanissimo Matteo Piras, perfettamente a suo agio nel sovrapporsi delle innumerevoli possibilità Borgesiane.
Scrive Armando Punzo: “Sarebbe giusto, auspicabile, vivere nelle innumerevoli possibilità, obliandosi, fuori dalla storia e ancora di più dalla vanità della propria storia. Fondiamo la nostra vita su quello che siamo, non su quello che potremmo essere. E in questa staticità perdiamo il gusto del rischio di essere come non sapremo mai. Il voler dimenticare di Funes è il nostro desiderio di poter vivere al di fuori della vita passata, futura e presente. Tra i tanti personaggi di Borges sentiamo più vicini i più lontani dalla vita, quelli che tradiscono meglio le nostre aspettative, che non ci danno appigli per riconoscerci, ci sfumano tra le mani e si rendono imprendibili, consegnandoci un movimento, indicandoci una possibilità che sembra non appartenerci. I personaggi di Borges non sono attuali, non soddisfano la nostra fame bulimica di riconoscibilità, non ci appartengono, non ci ripetono, non possiamo possederli, violentarli con il nostro sguardo e la nostra interiorità a caccia dell’anima gemella, non li possiamo vendere facilmente al mercato dei teatri della nazione, non assomigliano a nessuno di noi, non un suono che proviene da loro è un suono che ci appartiene, la loro parola non è la nostra, le loro parole sono lievi”.
A seguire la lista dei credits. “Beatitudo” – liberamente ispirato all’opera di Jorge Luis Borges; regia e drammaturgia di Armando Punzo; musiche originali e sound design Andrea Salvadori; scene Alessandro Marzetti, Armando Punzo; costumi Emanuela Dall’Aglio; coreografie Pascale Piscina; aiuto regia Laura Cleri; assistente alla regia Alice Toccacieli; aiuto scenografo Yuri Punzo; decorazioni e arredi Silvia Bertoni; collaborazione drammaturgica Alice Toccacieli, Francesca Tisano, Salvatore Altieri, Fabio Valentino, Elisa Betti.
in scena Armando Punzo, Sebastiano Amodei, Mohammad Arshad, Elisa Betti, Nikolin Bishkashi, Placido Calogero, Rosario Campana, Vincenzo Carandente Giarrusso, Gillo Conti Bernini, Elis Dedei, Nicola Esposito, Giulia Guastalegname, Ibrahima Kandji, Kujtim Kodra, Massimo Marigliano, Francesco Nappi, Giacomo Silvano, Gaetano Spera, Lucian Tarara, Francesca Tisano, Alessandro Ventriglia, Giuseppe Venuto e il giovanissimo Marco Piras; ensemble di percussioni Quartiere Tamburi / Marzio Del Testa, Iago Bruchi, Riccardo Chiti, Lucio Passeroni, Andrea Taddeus Punzo de Felice; canto Isabella Brogi; collaborazione artistica Adriana Follieri, Daniela Mangiacavallo, Pier Nello Manoni, Marco Mario Gino, Eugenio Marzi, Marta Panciera, Luisa Raimondi, Eleonora Risso, Elena Turchi, Luca Dal Pozzo, Francesca Lateana, Manuel Marrese, Alessandra Pirisi, Eva Pistocchi, Eva Cherici, Valeria Bertini, Tommaso Vaja. Direzione organizzativa e cura dei progetti Cinzia de Felice; organizzazione generale e coordinamento attività Centro Nazionale Teatro e Carcere Domenico Netti; amministrazione generale Isabella Brogi; segreteria e contabilità Giulia Bigazzi; responsabile attività formative Marzia Lulleri; progettazione grafica Studio Funambulo; documentazione fotografica e foto di scena Stefano Vaja; documentazione video Nico Rossi, Francesco Zollo / VaiOltre!; direzione tecnica Carlo Gattai; light designer Andrea Berselli; sound Alessio Lombardi; social media partner Simone Pacini / fattiditeatro; ufficio stampa Pepitapuntocom

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