Recensioni Teatro
Davide Carnevali | Maleducazione Siberiana
20 marzo 2019
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Di Leonardo Mercadante

Maleducazione transiberiana - Davide Carnevali - Teatro Arena del Sole - Leonardo MercadanteBologna – Un cortocircuito di ironia postmoderna per analizzare lo stato delle cose. Maleducazione Transiberiana è il frutto di Davide Carnevali, giovane drammaturgo milanese pluripremiato di fama internazionale. Carnevali, classe ’81, con questo testo fa i conti con i modelli che hanno formato la sua generazione: pedagogia, mass-media e marketing per l’infanzia. Cosa volevi fare da grande? Cosa sei diventato? Cosa sogni per i tuoi figli?
È il 16 marzo e siamo all’Arena del Sole, Sala Thierry Salmon. Il pubblico è numeroso. Pochi oggetti compongono la scenografia: una lavagna, due tavoli e due telefoni a rotella. Si fa buio. Entra in scena Silvia Giulia Mendola che invita una bambina seduta in platea a leggere una filastrocca che è una dichiarazione d’intenti.
La struttura dello spettacolo è composta da sei scene nelle quali si alternano dialoghi, monologhi, interventi video e intermezzi di finta vera poesia passando da Carducci alla sigla di Pollon. La quarta parete appare e scompare a seconda delle esigenze.
L’elemento più importante è Il linguaggio pop, diretto e sarcastico. Ironia e autoriflessione sono elementi di cui spesso, nella nostra epoca, si è fatto abuso. Non è questo il caso. A farci entrare nel mood è Pisolone, la grottesca mascotte le cui fiabe “generano il sonno della ragione”. Interpretata da Federico Manfredi, tra fumo di sigaretta e voce stridula, ci narra di un “paese lontano lontano” dove Cenerentola è un’arrampicatrice sociale e la fata madrina un capitalismo “emancipatore” che vuole farla sentire ricca una notte per poi riprendersi tutto con gli interessi.
In Maleducazione Transiberiana l’ironia non è usata per nascondere l’assenza di contenuti. Il cinismo non si traduce in autocompiacimento. L’efficacia di questa formula si fa più evidente man mano che lo spettacolo va avanti. Sul palco si susseguono i figli della tv generalista che, ormai cresciuti, osservano l’inganno dei modelli con cui sono stati plasmati e si domandano come crescere chi verrà dopo. Che ne è stato di Holly e Benji? Li vediamo sul palco, imbruttiti, parlarsi al telefono da un capo all’altro del mondo. Nessuno dei due ha avuto successo nel calcio, ma mentre Holly è stato annientato dal tasso inflazionistico del cruzado brasiliano negli anni ’80, Benji si è arricchito sfruttando le privatizzazioni a seguito del crollo della DDR e dell’URSS.
In un dialogo dal ritmo incalzante, Fabrizio Martorelli e Silvia Giulia Mendola, nel ruolo di una giovane coppia d’attori, sognano un utopico asilo nido per la propria bambina, “il migliore degli asili nido possibile”. Un volo pindarico che non nasconde la gretta esigenza di sbolognare l’infante per più tempo possibile.
Il tema dell’educazione prescolare torna nel monologo su Peppa Pig™, fulcro portante di tutto lo spettacolo. Fabrizio Martorelli, nel ruolo di un padre filomarxista con il dente avvelenato verso l’ex moglie, costringe la figlia di quattro anni e mezzo (quasi cinque) a scontrarsi con la realtà dell’industria e del plusvalore. Peppa Pig™ è solo un veicolo per indurre i bambini a desiderare merchandise brandizzato. La maialina vive in un mondo irreale, popolato da animali antropomorfi e privo di conflitti di classe. Il padre decide allora di storyboardare un cartone dove Peppa™ viene prelevata da due agenti che, con la scusa di farle firmare un nuovo contratto, la portano al macello. Qui riscopre il suo istinto animale e capisce di essere solo merce. Di essere nata per dare in pasto il proprio corpo e non la propria immagine. A questo punto il padre fa entrare la figlia in contatto con la filiera della carne e le fa sporcare le manine con il sangue dei suini. Senso e nonsenso entrano in cortocircuito. Le domande e le consapevolezze della figlia mettono in crisi il padre. Citando Benjamin viene proiettato uno sgangherato collage che riprende il cartone animato.
Ma è nel bellissimo epilogo, che trae spunto dall’analisi che il già citato Benjamin fece sulla poesia di Brecht “Il bambino (o bambina) che non voleva lavarsi” che l’ironia, il sarcasmo e il nonsenso trovano finalmente compimento.
Un’ora e un quarto di citazioni colte e cultura pop che passano piacevolmente. Nel complesso attori e regia risultano solidi e la drammaturgia efficace. Il meccanismo messo in piedi riesce a far ridere e contemporaneamente far riflettere il pubblico che, riconoscendosi nel linguaggio e nei modelli proposti, viene trascinato attraverso i tanti interrogativi lasciati in sospeso.È possibile una fantasia priva di sottoprodotti culturali? Siamo davvero capaci di liberarci dei condizionamenti del marketing infantile? Esiste la possibilità concreta di creare alternative?
Maleducazione Transiberiana è una creazione di Davide Carnevali; con Fabrizio Martorelli, Silvia Giulia Mendola, Federico Manfredi; costumi Simona Dondoni; luci Silvia Giulia Mendola; video e suono Luca Plumitallo e Alberto Onofrietti; assistenza alla regia Giovanni Ortoleva; consulenza alla scenografia Katarina Stancic; consulenza alla drammaturgia Arianna Bianchi; produzione Teatro Franco Parenti.

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