opinioni Teatro
Di cosa parliamo quando parliamo di social(e)?
17 gennaio 2017
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Ho sotto gli occhi un paio di cartelloni teatrali – uno pubblico e uno privato – che stanno facendo sold out quasi a sorpresa.

In uno dei due casi, quello privato, l’unica promozione ufficiale è affidata al web. Ci si è buttati sulla pubblicità social media. Poche decine di euro su Facebook ed ecco raggiunte migliaia di visualizzazioni, targetizzate per area geografica, età, interessi. Ma niente volantini, niente manifesti. Niente grafiche sui giornali. Niente spot tv o radio. Niente banner a pagamento sulle testate on line.
Si parla di una platea ridotta, poche centinaia di poltrone. Ma fare il pienone praticamente in tutte le repliche era tutt’altro che scontato. L’offerta è priva di star e per giunta sufficientemente variegata da risultare ostica. Peraltro, raramente sono apparse notizie sugli spettacoli (sia di “lancio” che di recensioni) e si tratta per tutti gli spettacoli di debutti autoprodotti, quindi gli spettatori devono stare in fiducia.

Nell’altro dei due casi, il teatro è tutt’altro che piccolo, e riempirlo nei suoi circa mille posti era sembrata impresa difficile. Qui i “nomi” ci sono, ma la cartellonistica è risicata, la pubblicità minima e anche il web aiuta poco (gli insight raccontano di un movimento social abbastanza stentato). Il dietro le quinte è anch’esso troppo veloce per poterlo comunicare con efficacia. Si tratta di spettacoli “acquistati”, le compagnie arrivano, fanno la messinscena e vanno via.

I due cartelloni – distanziati appena da una quarantina di chilometri e dissimili fino ad apparire opposti – hanno in comune una cosa, però. L’impegno da parte degli organizzatori verso il potenziale pubblico. Gli organizzatori si adoperano per incontrare, contattare e, soprattutto, ascoltare chi ha voglia di conoscerli e di dire la propria. Spendono parole e prendono appunti. Si confrontano. Colgono atmosfere e cercano terreni comuni. Non si chiudono. Non fanno fare anticamera. Scrivono in prima persona sui social media. Ci mettono la faccia ogni volta che è necessario. Sono presenti a montaggi e smontaggi. Se non possono rispondere al telefono, poi richiamano. Discutono direttamente con macchinisti e tecnici vari. Tengono in grande considerazione direttori di sala e biglietteria. A fine spettacolo, restano ore a ricevere commenti e critiche e complimenti dagli spettatori.

La risposta del pubblico è puntualmente straordinaria.
E’ una risposta data, prima che ai cartelloni, alle persone che si sbattono per realizzarli.
Che poi i potenziali spettatori vengano aggregati, contattati, incuriositi attraverso un mezzo o l’altro, una tv o una radio, un manifesto o una brochure, una pagina Facebook o una telefonata, poco importa.
Il punto è che dietro i mezzi c’è un messaggio capace di farsi strada: quello secondo cui ci sono persone di qua come di là del botteghino e del sipario e se per incontrarsi tocca spendere qualcosa per un biglietto, beh, cosa c’è di strano?
Tutto il resto, tutto ciò che fa la differenza, è incontro.
Che è poi, giusto per concludere con una ovvietà, il senso dello spettacolo dal vivo. Una questione di socialità. Un fatto social.
Altrimenti, appunto, basterebbe un computer.

Iria Cogliani

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