Recensioni Teatro
EsosTheatre -Giuda
16 aprile 2017
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#3

Un viaggio che raggiunge le terre inespresse dell’inconscio, dove ragione ed emozioni scompaiono in un indistinto pulsare, senza responsabilità, senza spiegazioni, esattamente nel luogo in cui si trova, misteriosa e imperscrutabile, la migliore arte

Messina – “Giuda, la Cena” inizia dal vuoto che precede l’azione, quel momento antecedente al dramma in cui lo spettatore cerca l’ultimo appiglio prima di cadere vittima dell’arte. A luce accese, musica di sottofondo: gli Esoscheletri colano dal palco lentamente come spiriti, come corpi unificati da un’unica mente, geni intrappolati nell’incantesimo di un rituale consacrato. Il pallore della maschera risuscita gli occhi, sono quelli del personaggio o dell’attore?

Bianco e nero, luce e oscurità, gli Esoscheletri indossano abiti rituali, fra tragedia greca e rock gotico, un ambiguo e inquietante presentarsi che viene a toccare la platea, in un rapporto splendidamente personale e diretto, occhi negli occhi, corpo a corpo. Il mito cristiano di Giuda sulle loro bocche diventa una festa pagana lancinante, un iperbolico bacchico danzare e cantare e battere. L’azione si riunisce e si frantuma tra cori, canzoni destrutturate in poesie, movimento e immobilità dentro lo spazio.

Questo teatro vigoroso, fisico, erotico, radicale nella durata e nel coinvolgimento, è cosa certamente nuova a miei occhi, ma le domande non superano il piacere dell’esserci, e mi ritrovo trascinato a più riprese sul palco con loro, in ultimo canto anch’io. Tensione sempre e continuamente richiamata e poi sospesa in intensi soli, come quelli cantati con bellissimo trasporto.

Gli Esoscheletri di Sasà Neri hanno più a che fare con il rito e il sacro che con il teatro fatto culturale, spazio di speculazione intellettuale. La forza di questi giovani attori è enorme, digrigna sul pubblico con determinazione feroce, vuole mangiarsi i cuori dei poveri spettatori che gli Esoscheletri stringono tra le fauci di un entusiasmo maturo, tragico. Eppure c’è qualcosa che li riguarda personalmente, la maschera li fa uscire selvaggiamente e magnificamente al naturale, c’è qualcosa che parla di loro, di loro come persone, i loro movimenti, le loro parole sono pieni di questa necessità di esserci, di fare, di arte. La forma del musical, la forma della tragedia, del teatro canzone, del Grand Guignol sono il presupposto di questa esperienza artistica che getta ponti anche per il teatro del futuro, che non è d’avanguardia come definisce stucchevolmente chi non ha voglia di capire: questo è teatro, del presente, del passato, del futuro.

Un teatro integralmente carico di quella fragorosa energia psichica, inquietante e catartica, che io ho sempre amato e temuto e chi gli Esoscheletri portano a un grado vicino alla ferita, la ferita dolce dell’esperienze sconvolgenti, dell’improvvise tempeste emotive che la vita ci infligge per farsi sentire.

La storia di Cristo e del suo tradimento sono una scusa, un preteso plausibile per un viaggio che raggiunge le terre inespresse dell’inconscio, dove ragione ed emozioni scompaiono in un indistinto pulsare, senza responsabilità, senza spiegazioni, esattamente nel luogo in cui si trova, misteriosa e imperscrutabile, la migliore arte.

Sasà Neri è un uomo fortunato, perché ha con se un gruppo straordinario di devoti, fedeli amanti, giovani talentuosi che in due ore di azione aprono voragini nel monotono e autocompiaciuto tempo presente. Sasà Neri probabilmente si meriterebbe l’etichetta di pazzo agli occhi di questo mondo triste senza fantasia né voglia di campare per come si deve. Egli, invece, è un padre amoroso che sta dando ai suoi figli ali tremende, splendidamente invidiabili. Ed è un lavoro di gruppo, in cui l’insegnamento, per la danza e per la voce, coordinate rispettivamente da Claudia Bertuccelli e Agnese Carrubba, dopo aver con cura preparato rilascia l’ululare di questi animi tempestosi.

Bravissimi Gabriele Casablanca nel ruolo di Giuda, Gianluca Minissale in quello di Joshua e Luciano Accordi in quello di Pilato, tridente di una compagine bellissima di cui vorrei menzionare anche Jeff Anderson che avendo vomitato l’anima dentro il suo clarinetto ha conquistato definitivamente tutta la mia stima.

Spero di vedere presto questi ragazzi cimentarsi in imprese totalizzanti e radicali confacenti alla loro natura speciale. D’altra parte questa non è neanche una recensione ma un fatto personale, un mio ricordo e un tributo per un’esperienza che deve essere portata al pubblico di ogni risma, di ogni latitudine e anche il prima possibile.

Mosè Previti | LALLERU Art world

ph Stefano Marino | Il terzo occhio

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