Recensioni Teatro
Fabrizio Paladin | Dr. Jekyll e Mr Hyde
12 febbraio 2019
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di Alice Ingegneri

jekyll e hyde1-1Messina – “Ho affrontato il lavoro di messinscena dividendo il racconto in azioni drammatiche ottenendo così un canovaccio alla maniera della Commedia dell’Arte. Seguendo il filo della mia immaginazione ho costruito le scene un po’ a tavolino, un po’ improvvisando”. Con queste parole Fabrizio Paladin presenta il suo “Dr. Jekyll e Mr Hyde – The Strange Show”, andato in scena al Teatro dei 3 Mestieri venerdì 8 e sabato 9 febbraio 2019 per la rassegna “Radici per Restare”.
Il pubblico viene accolto da una presentazione molto rumorosa, portata avanti dallo stesso Paladin affiancato dal maestro Loris Sovernigo al pianoforte. L’atmosfera è caotica sebbene ci sia un solo uomo che si muove nello spazio scenico. Si comincia con uno scherzo da fare per eventuali ritardatari. “Appena arrivano, facciamo finta che lo spettacolo sia finito”. Il pubblico ride di questa battuta ed è molto felice di venire coinvolto in un giochino che lo rende ben predisposto a gustare lo spettacolo. Forse sarebbe stato più opportuno stringere un po’ i tempi della presentazione, però, che si è dilungata per oltre venti minuti fra “regole dell’educazione di un buon pubblico” e chiacchiere da cabaret con una mamma e suo figlio di sette mesi.
Non appena inizia l’effettiva messinscena, si avvertono le tinte della commedia dell’arte. Paladin riempie la scena con movimenti ampi. Giostrandosi fra diversi accenti d’Italia e infine con un inglese inventato, arriviamo al “primo capitolo” e da qui allo svolgimento della trama. Seguendo il ritmo incalzante del thriller, vediamo l’avvocato e amico del dr Jekyll, Utterson, cercare di capire chi sia questo mr Hyde che dal nulla è piombato nella vita del dottore. L’indagine si sposta sui toni del bene che vive in simbiosi con il male, come d’altronde si propone di spiegare l’autore del testo originale R. L. Stevenson. Il lavoro sul testo svolto da Fabrizio Paladin resta fedele alla storia, stravolgendo soltanto il modo di presentare gli eventi. Si passa infatti ad osservare momenti di comicità che porta il pubblico a sbellicarsi, specie nel momento in cui arriva sulla scena il terribile Hyde. Esilarante il momento in cui l’attore prende in mano una copia del testo originale e, dopo aver letto testualmente la descrizione fisica di Hyde, prova a riprodurla fino a che, stremato, lancia via il libro imprecando contro l’autore. Numerose sono le imprecazioni, ma nessuna tanto fastidiosa da portare il pubblico a storcere il naso. Piacevolissime tutte le piccole gag che coinvolgono i ragazzi alla consolle e i tecnici, il momento di “pensieri ad alta voce” fra il pianista e l’attore; esilaranti i momenti di repentino cambio della personalità di Paladin che salta da un lato all’altro della scena per interpretare un dialogo, indimenticabile il realismo dello sketch sugli ubriachi e quello della reazione alla caduta dell’uomo e della donna – anche se non era il caso di specificare che la sera prima il pubblico era meno numeroso.
Trattandosi di un “one-man-show” la difficoltà stava nel mantenere alta la tensione e l’attenzione del pubblico. Con dei piccolissimi cali, dovuti alla lecita stanchezza di chi interpreta ogni ruolo del canovaccio, Paladin si fa ascoltare. Alle volte parla direttamente con il pubblico, per incalzarlo o rimproverarlo. La reale gradevolezza dello show sta nell’avere furbamente usato un testo tragico come pretesto per creare un divertente collage di generi teatrali che sfioravano il taglio cinematografico dei primi anni ’30. Sebbene sia più facile – e forse anche più comodo – discutere di un argomento serio come l’inevitabilità del male facendosi una grassa risata, Paladin conclude la sua piéce lasciando la parola a Jekyll. È proprio quello che rimane del dottore, infatti, a parlare con una giuria immaginaria:
“Non puoi sapere come la penso [sugli eventi accaduti e il male fatto].
Non mi è stato concesso di vivere il mio male […], l’ho nascosto, l’ho umiliato. Il mio male è cresciuto da solo.
Le persone vanno amate intere, non per metà”.
Fanno riflettere, le ultime parole di Jekyll, che recitano gli stessi concetti lasciati da John Lennon in una delle sue lettere: “Nasciamo interi”.
Con l’eco di queste parole che ancora riempie la testa del pubblico e gli applausi a riempire la sala, tutto si chiude con un grande selfie di famiglia.

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