Recensioni Teatro
Giusi Arimatea | Winter is coming
12 settembre 2019
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Di Leonardo Mercadante

Messina – “Winter is Coming”, prima di essere un monologo, è uno dei motti più iconici di Game Of Thrones, serie tv le cui stagioni hanno scandito quasi dieci anni di vita di milioni di appassionati. Il tempo che passa: “Winter is coming” sembra parlare proprio di questo.
La produzione del Teatro dei 3 Mestieri, le cui repliche del 6 e 7 settembre sono andate sold out, presenta diversi punti di forza. Il primo sta nell’idea alla base del monologo di Giusi Arimatea: un segnale sul proprio corpo ricorda che l’inverno sta arrivando, nulla sarà più come prima. E se questo non dovesse bastare, a ricordarti lo scorrere delle stagioni ci pensano i call center che, ad ogni ora del giorno, ti informano che l’offerta di cui trattano è ora: non c’è più tempo!
Teatro dei 3 Mestieri - Winter is ComingLa regia di Marcantonio Pinizzotto, le luci di Stefano Cutrupi e la scenografia danno allo spettacolo un’atmosfera raffinata e contemporaneamente semplice, come si evince dal “manicheismo” del bianco e nero, in assoluta sintonia con il testo. Eleganti i tagli di luce sugli oggetti di design di un bianco lucente e immacolato, nonché le penombre su Milena Bartolone, protagonista sulla scena, occhi magnetici e capelli folti, in sottoveste nera, energica ma fragile, sconfitta ma altera, a cui la Arimatea affida la voce di una solitudine dal passato amaro e il futuro rassegnato. E così, tra una canzone e l’altra di una playlist di Spotify infinita, attraversiamo la “selva oscura” dei ricordi e dell’alterigia di una donna dall’animo cicatrizzato.
“Winter is coming” ha un inizio monolitico, compatto, divertente. Il pubblico ride di gusto nella prima parte; i riferimenti “anatomici” e le battute sono efficaci, la verve è quella giusta. Inesorabilmente però, l’amarezza e il flusso di coscienza prendono il sopravvento, sfilacciando il discorso, frantumandolo. Un discorso che evapora e i cui fumi si condensano in un’unica grande tematica: la donna single non più giovane e il rapporto con se stessa.
In certi momenti si rischia di perdere l’attenzione, è vero. In certi momenti si rischia di non capire dove si stia andando a parare e si rimane, forse, in attesa di una soluzione, di un avvenimento, di un qualcosa che non arriva mai.
Nel frattempo Milena Bartolone è lì, mentre si veste e tratta l’operatrice ventenne al telefono (presenza/assenza) come una geisha esperta farebbe con una novizia, con quell’invidia per le occasioni ancora da sprecare che tutti, almeno una volta nella vita, hanno provato o proveranno. Milena è lì, che si gira e si volta sulla poltrona girevole, ora in silhouette ora ben visibile; che si dimena con i Rammstein a tutto volume; che (non) si immagina una vita con l’uomo dal cui ricordo è ossessionata e che “amabilmente” chiama Voldemort; che si siede dando le spalle al pubblico, preparandosi allo specchio, in attesa del finale. Buio. Applausi. Il pubblico sembra apprezzare.

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