Recensioni Teatro
Giancarlo Giannini -Le parole note
6 novembre 2016
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Spesso si dimentica o non si sa abbastanza che la poesia è prima di tutto suono, ritmo, musica delle parole.

E così uno spettacolo (ma era spettacolo o rito di celebrazione?) come “Le parole note. Viaggi e miraggi” con il quale venerdì sera al Vittorio Emanuele (con repliche sabato e domenica) Giancarlo Giannini ha inaugurato la stagione 2016-2017 del Teatro di Messina leggendo poesie di ispirazione, temi, paesi e temperie diversi, ci ha ricordato che la lettura della poesia non è un momento di chiusura solitaria in se stessi, da consumarsi nel silenzio di una stanza, ma un rito collettivo sonoro, un vero e proprio “concerto” in cui le vibrazioni musicali del verso, delle sillabe devono essere ascoltate e collettivamente vissute.

Certo l’ideale sarebbe la lettura della poesia in lingua originale, almeno quando la lingua non è tanto semanticamente lontana dalla nostra (c’ è chi contesta radicalmente la possibilità di tradurre la poesia), ma tuttavia le poesia che ormai forma l’immaginario collettivo della cultura europea e almeno occidentale anche tradotta nella nostra lingua riesce a far vibrare, in certi momenti a commuovere, nel vero senso del termine, chi ascolta: Corpo de mujer, colinas blancas… corpo di donna bianche colline…. Non a caso il recital di Giannini è iniziato con poesie coinvolgenti di Salinas, di Neruda.

Forse la lettura di Giannini talvolta avrebbe potuto essere meno sussurrata più celebrativa dell’ esplosione di sensualità e di adorazione dionisiaca del corpo della donna, idolo e fonte di ispirazione nerudiana . Anche in altri momenti la tendenza a suggerire nell’ orecchio del pubblico una intimistica lettura ha quasi interrotto l’invisibile filo di comune vibrazione che tiene avvinto l’uditorio al lettore.

Ma il viaggio nella poesia ha toccato le tappe più svariate diverse e tra loro lontane, senza, tuttavia un comune filo di traccia che legasse l’una all’altra se non l’universale capacità della poesia di penetrare in profondità l’ essenza delle cose e dei sentimenti e renderla viva e immediata al di fuori e al di sopra di ogni logica e limitata descrizione. Così dall’amore irruento di Neruda si è passato per quello delicato e floreale di un’ Ada Negri, a quello tenero ed assoluto di Pasolini per la madre, all’ eterea trasfigurazione del Dante della Vita nova che fa della donna Angelo.

Certo alla bellezza delle composizioni poetiche spesso si aggiunge la nota nostalgica delle “rimembranze” scolastiche. I versi distrattamente orecchiati sui banchi di scuola hanno la magica capacità di riportarci ad un tempo in cui il distacco beato della giovinezza tutta protesa al futuro, non ci consentiva di dare profondità e prospettiva alle letture che ci venivano imposte. Non è senza un brivido che si ascolta l’attacco celeberrimo “Silvia rimembri ancora il tempo di tua vita mortale…” che all’ epoca ci era sembrato il lamento di un giovane infelice, e, come allora si diceva “pessimista”.

Forse il meglio di sé con la sua vecchia tempra di attore anche di teatro Giannini lo ha dato con l’ orazione funebre dal Giulio Cesare e poi con il monologo di Amleto, mondato delle scorie declamatorie e ridotto splendidamente ad un malinconico bilancio di un fallimento nei gorghi delle asperità della vita.

Tutti i brani erano ora inframezzati ora accompagnati in sordina, dalla vivida elegante colonna musicale della Zurzolo trio band (sax, chitarra e basso) in cui le morbide elegiache sonorità del sax guidavano il colloquio con i versi .

Alla fine della serata gli applausi del pubblico sono riusciti a strappare alla evidente stanchezza di Giannini la lettura, per tutti entusiasmante e per molti (generazione dei 60-70enni) terribilmente nostalgica della celeberrima poesia di Prévert “Questo amore / così violento / così fragile /cos^ tenero / così disperato….

Marcello Minasi

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