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La Luna Obliqua | Gli ScarabBocchi
28 dicembre 2018
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di Leonardo Mercadante

Messina – Quella che voglio raccontarvi è una Fiaba di Natale. Una magia senza tempo.
Sono quasi diciassette gli ScarabBocchi (la doppia b è voluta), in questa serata di sabato 22 dicembre. ScarabBocchi, nome dato da Sasà Neri al corso di avviamento al teatro della Luna Obliqua. Allievi in età scolare e prescolare che si muovono in una sede carica di addobbi e colori natalizi. E l’atmosfera di festa aleggia su tutti. Giulio Decembrini e Chiara Caravella, rispettivamente, suonano e cantano, uno con il piano e l’altro con lo strumento che gli ha dato la natura e che lei sta imparando ad affinare, la sua voce straordinaria. Sasà Neri e Alice Ingegneri osservano i bambini. E Alice era bambina quando Sasà ha avviato il suo primo corso di teatro all’Istituto Leone XIII. Non troppi anni fa, a dire il vero. Alice ha poco più di 20 anni. E la prima grande lezione che Sasà ha dato ai suoi allievi è stata quella di imparare stare su un palco.
Dopo aver radunato tutti e diciassette, si impartiscono le ultime, bonarie, direttive. Seppur serio, il teatro resta sempre un gioco. È seriamente che gli  ScarabBocchi rappresentano la loro versione della pluri-riadattata “Alice nel Paese delle meraviglie”. Una versione nella quale la regina, in realtà, non è cattiva. Non va uccisa, ma aiutata.
È finita la prova. Sono arrivati i genitori, che vengono fatti accomodare. Il primo a salire è Sasà, il quale spiega ai presenti il lavoro fatto in questi pochi mesi, da ottobre e dicembre, con sedute settimanali da due ore, dove i giovanissimi allievi hanno imparato a giocare e a dare spazio alla loro forza creativa. Alice li ha guidati in giochini che insegnano a prendere confidenza con lo spazio scenico, Chiara  in quelli che insegnano a farlo con la voce, Giulio in quelli che insegnano a farlo con le note. Sasà, dal canto suo, ha ispirato tutto e diretto tutti. E naturalmente ha insegnato loro a “parlare” su un palcoscenico. Regia, recitazione e organizzazione. Poi c’è Giusy Ruggeri, che si occupa dell’amministrazione e che, nel caso dei bimbi, è una sorta di vice-mamma.
Il teatro, da parte sua, insegna: l’amore, la collaborazione, la disciplina, la dedizione, l’autostima. Un vero sport, un gioco di squadra a tutti gli effetti. Ma Sasà, oltretutto, ha insegnato loro come si bilancia la scena e si sostiene il diaframma. Ed eccoli i personaggi in scena: Alice, i topini, le carte da gioco, gli aiutanti, i protagonisti e gli antagonisti. Quest’ultimi, appunto, qui non sono cattivi. Hanno solo bisogno che qualcuno li curi, che li ami. Lo spettacolo si snoda in meno di venti minuti, senza troppi scossoni. Sono bambini, limpidi nello spiegarsi, puliti nella caratterizzazione.
Il cappellaio matto è il saggio del villaggio. Lo Stregatto l’aiutante detentore del sapere. Alice la bimba sperduta. I topini sono poveri soldati mutati in sortilegio da una regina anch’essa sotto sortilegio. C’è pure la sirenetta, una piccola Ariel di appena quattro anni che osserva, elegante come solo una sirena può essere. Giulio suona e i piccoli attori cantano. I movimenti sono fluidi e tutto è chiaro.  Alla fine, riscuotono anche gli applausi dei genitori, contenti della bravura dei loro figli.
Come ho scritto all’inizio, questa non è una recensione, bensì una fiaba di natale.  E come tutte le belle fiabe è successa davvero. Alla fine ci sono stati il panettone, il pandoro e brindisi analcolici. Per ora sembra finita qui, ma non disperate, torneremo a parlare degli ScarabBocchi.

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