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Libri | Günter Grass: “Il Tamburo di Latta”
2 marzo 2019
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Di Leonardo Mercadante

«Non lo nego: sono ricoverato in manicomio; il mio infermiere mi osserva di continuo, quasi non mi toglie gli occhi di dosso perché nella porta c’è uno spioncino, e lo sguardo del mio infermiere non può penetrarmi poiché lui ha gli occhi bruni, mentre i miei sono celesti.. Il mio infermiere non può dunque essermi nemico. Ho preso a volergli bene, a questo controllore appostato dietro lo spioncino. Appena mi entra nella stanza, gli racconto vicende della mia vita; così, nonostante lo spioncino che gli è d’ostacolo, impara a conoscermi».
Uscito nel 1959 in Germania con il titolo “Die Blechtrommel”, “Il Tamburo di Latta” è un capolavoro di difficile lettura, opera prima di Günter Grass, il primo della “trilogia di Danzica” assieme a “Gatto e Topo” e “Anni di Cani”.

grassGrass è stato un intellettuale e scrittore tra i più impegnati nell’elaborazione del trauma nazista. È il racconto grottesco di Oskar, un nano deforme rinchiuso in un manicomio che, con il suono ossessivo del tamburo di latta che si porta sempre dietro, rievoca e trascrive su cinquecento fogli di carta vergine il passato della Germania del Novecento e della sua famiglia. Racconta la sua protesta contro la realtà, l’odio verso la figura paterna e la sua categorica decisione, all’età di tre anni, di smettere di crescere dopo essersi gettato a capofitto da una botola.
Oskar non vuole far parte del mondo ipocrita degli adulti. Ipocrisia evidenziata dal menage à trois dei genitori con Jan Bronski, dai loro miseri interessi culturali e l’importanza esasperata che danno al cibo. La sua nascita è accompagnata dal simbolico e ripetuto scontro di una falena contro una lampadina. A ventotto anni Oskar ha la statura di un bambino ed è disgustato da tutto ciò che lo circonda.
Oskar è un individualista e un egoista. È convinto che il suo fisico risponda al potere della sua mente e che il suo aspetto esteriore riproduca la verità squallida e miserabile di un mondo folle che gli fa solo rabbia. Un mondo di cui coglie l’aspetto mostruoso insito in ogni cosa.

Numerosissime sono le vicende narrate nel libro. Oskar è un bambino fuori dal comune, con la capacità di emettere urla così potenti da rompere i vetri, un’arma che gli evita di andare a scuola. La famiglia sembra non curarsi di lui, solo la moglie del pasticciere si occupa della sua crescita, gli fa leggere molti libri e gli sta vicino: due sono i suoi personaggi preferiti, Goethe e Rasputin.
Oskar ha un’intelligenza viva e veloce, ma si finge analfabeta. La sua ribellione alla società è priva di conseguenze, all’età di vent’anni è considerato un bamboccio.
Delle sue origini Oskar ricorda il rocambolesco concepimento di sua madre, Agnes, avvenuto mentre la nonna Anna, una sorta di pacifica Dea della fertilità, simbolo di una Polonia rurale persa per sempre, nasconde sotto le enormi quattro gonne un incendiario inseguito dai gendarmi.
Nel suo viaggio a Parigi, ormai quasi adulto, proverà la stessa sensazione di protezione sotto l’ampia base metallica della Tour Eiffel. Personaggio di rilievo la madre di Oskar, che passa da una nevrosi all’altra fino a decidere di avvelenarsi mangiando pesce pur di non avere un altro figlio menomato: magistrale il racconto della vicenda, nel quale la descrizione è così accurata da creare disgusto.

Oskar subisce l’ambiguità, l’ipocrisia e l’oppressione della società. È perseguitato dai suoi errori e orrori, dalla boria aggressiva del tedesco del terzo Reich nella persona del padre putativo, Matzerath, che pure vi aderisce senza troppa convinzione, perché così fan tutti; dall’illusione inefficace e ambigua dell’oppositore di regime nell’altro padre, Bronski; dalla spietata e ottusa persecuzione all’ebreo nella vittima Markus.

Disgusto e volgarità sono percepiti ad ogni livello: la guerra, la morte del padre vero e di quello presunto, le sue idee, il suono del suo tamburo, oggetto di ossessione.
La storia copre un arco temporale e geografico piuttosto ampio, che va dagli ultimi anni dell’ottocento fino agli anni cinquanta e si svolge in parte a Danzica, in parte a Dusseldorf, con qualche tappa in Francia.
Teatro di laceranti contese territoriali, la Casciubia (o Pomerania) era popolata da polacchi e tedeschi e guardata con avidità dalla Russia per l’inestimabile pregio dello sbocco sul mare. Oskar nasce in questa terra povera ma ambita.
Dopo la morte del padre putativo – anche questa dai forti connotati simbolici – decide persino di riprendere la propria crescita fisica, che sarà lenta, dolorosa, incompleta e lo lascerà comunque deforme.
La seconda parte del romanzo si svolge a Düsseldorf; Oskar dopo la guerra fa il musicista di un’orchestrina jazz. La deformità di Oskar è la deformità di un popolo che non ha più lacrime da piangere, che non sa esternare paure e sentimenti. Oskar è un eterno bambino privato della purezza che non smetterà mai di essere perseguitato dai suoi demoni.

Con un linguaggio privo di censure, Grass alterna la narrazione in prima persona del pedante e dettagliato Oskar con quella in terza in cui il protagonista parla di sé da un punto di vista esterno. È un libro che in alcuni punti stenta a essere compreso, data anche la logica contorta che lo attraversa. La complessità non investe solo l’aspetto interpretativo delle metafore ma si estende al piano stilistico, che vede l’uso di un linguaggio diverso per ogni tipo di situazione e personaggio, fino all’inserimento di qualche pagina che riproduce una scena teatrale e che, verso la fine, si lascia andare a una sorta di flusso di coscienza.
Rimane un romanzo di estrema bellezza, esilarante, commovente, surreale ma a tratti fin troppo realistico, ricco di simboli e allegorie riuscite. Günther Grass ci ha mostrato le seduzioni, le bruttezze e le nefandezze che hanno segnato un periodo storico con il quale, ancora oggi, non è facile fare i conti. “Il Tamburo di Latta” è edito per Feltrinelli, disponibile sia nella traduzione del 1962 di Lia Secci sia in quella più recente (2009) di Bruna Bianchi, in formato cartaceo e ebook.

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