Recensioni
Libri | Nikolaj Vasil’evič Gogol’: “I racconti di Pietroburgo”
17 aprile 2019
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Di Leonardo Mercadante

«Siamo tutti usciti dal “Cappotto” di Gogol’», si aprono così quasi tutte le recensioni che troverete online su Gogol’, citando la riconoscenza che Dostoevskij tributò all’autore nato nell’attuale Ucraina.

Non sappiamo però se Gogol’ fosse a conoscenza di questa stima; l’ultima parte della sua vita fu funestata da nevrosi, crisi mistiche, insoddisfazione verso le proprie opere – tema che torna anche ne “Il ritratto” – e digiuni penitenziali che lo portarono, nel 1852, a una morte prematura (quarantatré anni) ma forse inevitabile.

Gogol’ arriva a noi come una figura geniale, tormentata, perennemente in conflitto con sé stesso e la società del suo tempo. La sua opera è stata a lungo oggetto di dibattito tra critici: è un autore realista e filantropo o un utilizzatore smodato di paradossi capace di creare momenti di ilarità anche nelle situazioni più drammatiche? Forse entrambe le cose e, probabilmente, questi cinque racconti sono il modo migliore per approcciare alla sua letteratura.

RECENSIONE - I RACCONTI DI PIETROBURGO - GOGOL' - leonardo mercadante“I racconti di Pietroburgo” sono una raccolta postuma, nata dall’unione di tre racconti della precedente “Arabeschi” ad altri due: “Il Cappotto” e “Il Naso”, forse i più famosi. Tutti sono permeati da una forte componente satirica; dalla messa in ridicolo della società e dei suoi costumi e da un’analisi ironica, beffarda e mai fredda. Il quotidiano di questi personaggi è misero, fatto di conti da pagare e di piccole grandi vessazioni, come per Akakij Akakievic, modesto burocrate preso in giro dai colleghi ed escluso dalla vita sociale di Pietroburgo, costretto a risparmiare per comprare un nuovo cappotto che sembra restituirgli la gioia di vivere e il rispetto di colleghi e superiori ma di cui viene tragicamente derubato al ritorno da una festa. In Gogol’ subentra sempre l’elemento fantastico, ma esso è fuorviante, grottesco o, altre volte, rappresenta una fuga dalla realtà che si rivela letale; come per Popriscin, protagonista de “Il diario di un pazzo”, un modesto lacchè scisso tra la tendenza a giudicare gli altri in base alla posizione sociale, la frustrazione per l’impossibile desiderio di migliorare la propria e l’amore per la figlia del padrone – tema, quello dell’amore idealizzato e ossessivo, presente anche in “Prospettiva Nevskij”. Ed ecco allora che la dissociazione e la schizofrenia escono dallo stato di latenza e irrompono prepotentemente in Popriscin.

L’essere umano di Gogol è teso verso l’assoluto ma rimane imprigionato nel pantano sociale, dentro al quale può sopravvivere solo a patto di continuare a recitare la propria parte; come “l’importante personaggio” de “Il Cappotto”, che «scorgeva talora il vivo desiderio di prendere parte a qualche conversazione interessante o di mescolarsi a un circolo di persone; ma c’era un’idea che lo tratteneva: non sarebbe stata troppa degnazione da parte sua, non sarebbe parso troppo confidenziale, non avrebbe con ciò abbassato la propria posizione?». O l’assessore di collegio Kovalev de “Il Naso”, che «poteva ancora lasciar passare tutto ciò che si diceva di lui personalmente, ma non poteva assolutamente sopportare le allusioni che si riferivano al suo grado o al suo titolo» e che vede il proprio naso andarsene in giro in carrozza e farsi passare per un consigliere di stato.

Tutti i racconti condividono inoltre l’ambientazione della grande città russa; di particolare bellezza la descrizione in “Prospettiva Nevskij” della via in questione. Una capitale che non è uno sfondo, ma un personaggio vivo. Oggi la “gente senza lustro” e gli antieroi sono largamente utilizzati (narrativa, teatro, cinema, serie tv) ma prima di Gogol’ non era così e l’autore, per il suo stile satirico e pungente, subì continuamente gli attacchi della censura zarista.

Gogol’ fu uno scrittore assolutamente rivoluzionario, dallo stile asciutto, pungente, vivo e mai asettico, in cui cinismo e amore cristiano si fondono dando vita a qualcosa di unico e che, probabilmente, non perderà mai la sua forza comunicativa. Non possiamo fare a meno di provare empatia per i personaggi di Gogol’ perché siamo e – fortunatamente – non siamo come loro; perché siamo sempre in bilico tra “l’impiegatuccio emarginato” e “l’importante personaggio” che ha paura di perdere il proprio prestigio; perché di gente così è pieno il mondo, ci camminano attorno e, tante volte, non ce ne accorgiamo. Dal punto di vista stilistico tutti i racconti sono scritti in terza persona con l’uso del narratore onnisciente tranne il “Diario di un pazzo” dove – appunto – Gogol’ usa la forma diaristica. La raccolta è facilmente reperibile sul mercato in diverse traduzioni ed edizioni, sia in formato cartaceo che ebook.

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