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Libri | Nikolaj Vasil’evič Gogol’: “Le anime morte”
5 maggio 2019
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Di Leonardo Mercadante

“Le anime morte” (Мёртвые души, Mërtvye duši) è un romanzo pubblicato nel 1842 ma è anche uno di quei cicli rimasti incompleti di cui è piena la letteratura di ogni epoca. Scrivere il grande “poema in prosa” russo, era questa l’intenzione di Nikolaj Vasil’evič Gogol’, seguendo il modello dantesco per partire dall’inferno e giungere al paradiso.

Il primo volume de “Le anime morte” doveva essere dunque “l’inferno”, il livello morale più basso del grande Impero Russo. La seconda parte però rimase incompiuta; il manoscritto fu dato alle fiamme dallo stesso Gogol’, e in seguito Tolstoj definì quello che rimase come un’opera “goffa”. Gogol’, morto nel 1852, porterà a termine solo il primo volume.

Recensione - Le anime morte - Gogol - leonardo MercadanteDefinire “morte” le anime nella Russia ortodossa di metà ottocento rompeva – anche solo figuratamente – il concetto di anima immortale. Originariamente infatti il libro fu pubblicato col titolo “Le Avventure di Čičikov” e con il sottotitolo “poema” imposto dalla censura zarista: ma chi è questo Čičikov? Un giorno, nel capoluogo del governatorato di N. arriva Pavel Ivanovič Čičikov, accompagnato dai suoi due servi e a bordo di una carrozza trainata da tre cavalli. Il nostro eroe si sposta per tutto il paese, frequentando l’alta società e conducendo con discrezione i suoi affari: «un uomo molto ammodo, comunque lo si rigirasse.» Viene però descritto anche come: «un signore non bello, ma nemmeno di brutto aspetto, né troppo grasso, né troppo magro; non si poteva dire che fosse vecchio, ma nemmeno che fosse troppo giovane. Il suo ingresso non fece nessunissima impressione in città.» E tuttavia qualche capitolo più avanti – in una delle sequenze più divertenti di tutto il libro – alla festa del governatore, vediamo le dame di provincia contendersi quello che ai loro occhi sembra un’affascinante milionario; ma in cosa consistono i suoi affari? Ufficialmente compra “anime” da trasferire nei suoi possedimenti agricoli. Durante l’Impero Russo con il termine si intendevano anche i servi della gleba maschi. Non c’è niente di strano, se non fosse che Čičikov ha trovato un sistema con il quale può guadagnarci tanto lui quanto il venditore: lui infatti compra solo le “anime morte”. All’epoca i contadini ridotti in schiavitù erano censiti dai loro padroni, e le “anime morte” erano quei contadini deceduti tra un censimento e l’altro per i quali il proprietario continuava a pagare una tassa governativa fino al censimento successivo. Vendere le “anime morte” permette così al proprietario di liberarsi dell’odiosa tassa, e a Čičikov di avere schiere di servitori fittizi a pochi rubli con cui ottenere l’assegnazione di terreni e arricchirsi. Čičikov non è un uomo particolarmente intelligente, è solo un furbacchione che ha trovato una falla nel sistema e vuole approfittarne. E l’aristocrazia terriera russa apre le porte a questo sconosciuto dalle buone maniere. Čičikov persegue ciò che oggi chiamiamo salto sociale. Čičikov è scorretto e falso; ricorre a stratagemmi e smancerie per conseguire i propri obiettivi. È un arrivista. Uno che non sta alle regole del gioco e per questo, in certi momenti, ispira anche simpatia.

Si può davvero contestare il suo agire in quel mondo governato dall’ingiustizia? Il libro si chiude senza dare una risposta definitiva. Sicuramente l’intenzione di Gogol non era quella di darci un finale dal sapore che a noi risulta estremamente contemporaneo, ma le circostanze hanno voluto che lui morisse prima di terminare quello che doveva essere “il grande poema in prosa sulla Russia”.

Il romanzo, percorrendo le città e le campagne russe, mette crudelmente a nudo gli aspetti grotteschi e patetici dell’inadeguato, mediocre e pigro apparato burocratico zarista. Gogol’ mostra tutta la sua vivace intelligenza in quei nei capitoli magistrali dove “lascia intendere” senza dire, lusinga per deridere, dove nonostante i debiti nessun personaggio rinuncia a ricchi pranzi a base di storione, pasticcini ripieni, salmone e caviale, innaffiati da vodka. I personaggi abbracciano una nutrita varietà di caratteristiche, atteggiamenti e situazioni dell’animo umano: l’ottusa e pedante Korobocka; Nozdrev, vero e proprio esempio di parassita sociale; Pljuskin, avaro al punto da vivere nel più totale degrado. E poi tutta una folla di funzionari, dal presidente del tribunale al governatore: «Si formò una commissione per la costruzione di un edificio governativo molto importante. […] La commissione si mise immediatamente all’opera. Per sei anni s’affacendò intorno alla costruzione; ma sia che il clima fosse poco propizio, sia che il materiale fosse poco adatto, il fatto è che l’edificio governativo non arrivò mai più su delle fondamenta. Ma intanto agli estremi della città sorse per ciascuno dei commissari una bella casa di architettura borghese: evidentemente lì il terreno era migliore».

Da molti considerato il capolavoro di Gogol’, “Le anime morte” è sicuramente una pietra miliare nella letteratura russa, che fino a quel momento sembrava non accorgersi di certe realtà. Forse qualche lettore potrebbe trovarlo eccessivamente ricco di digressioni; e sicuramente negli ultimi capitoli la prosa si lascia andare a toni enfatici e moralistici, ma comunque non smette mai di restituirci un ritratto realistico, grottesco e sincero della provincia russa dell’epoca. “Le anime morte” si trova in diverse edizioni e traduzioni, sia in formato cartaceo che ebook.

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