Recensioni Teatro
Nino Racco | Opera aperta
19 gennaio 2020
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Di Leonardo Mercadante

Nino Racco - Opera Aperta - Teatro dei Naviganti - Leonardo MercadanteMessina – Nino Racco è un performer e cantastorie eccezionale e vedere un suo spettacolo è un’esperienza straordinaria. Chiunque sia uscito, sabato 18 gennaio, dal Teatro dei Naviganti, Ex Magazzini del Sale, ne ha avuto la prova.
In sala si entra poco dopo le 21 a gruppi da cinque.
Racco ci accoglie con una maschera arancione, un gessato grigio e un bastone da passeggio in legno; una musichetta esce dalla tasca della giacca, probabilmente dallo smartphone; il maestro ci fa accomodare muovendosi a tempo di musica.
Poi, quando tutti si sono accomodati, il cantastorie dai capelli grigi ci dà le spalle e, con lenta precisione, posa il bastone su una sedia – unico arredo scenico – mette la maschera in una federa e tira fuori il cellulare dalla tasca: “Ciao, come posso aiutarti?” “Non puoi!” Spalle al pubblico il cantastorie si prepara con calma; ora indossa un’altra maschera, riprende il bastone in mano, si gira e inizia a fare air guitar, ma non è una chitarra, è un contrabbasso: “Ho composto una canzoncina per voi, si intitola ‘Tre cavalieri venuti dalla Spagna discesi dal cielo: Osso, Mastrosso e Calcagnosso. Osso si prende Palermo, Mastrosso si prende Napoli, e Calcagnosso? Calcagnosso si aggira confuso tra Napoli e Palermo finché non nota una lingua di terra: trecento chilometri ad andare e trecento a tornare, la Calabria! Una terra dove in soli vent… trent… quarantacinque minuti si passa dal mare alla montagna; certo, magari a volte c’è puzza di gomma bruciata, ma vuoi mettere il tramonto? Nuvole rosse che neanche la California! Beautiful! E poi la cucina, i maccheroni fatti in casa con il sugo della crapa e la nduja – può creare effetti indesiderati. Certo, la Salerno-Reggio Calabria sarà pure pezza-pezza, ma è gratis!”.
Un testo sorretto dalla potenza di Racco, che si muove con disinvoltura, passando dalla dizione perfetta al dialetto calabrese con una voce irriverente, divertente e divertita.
Poi all’improvviso l’atmosfera cambia. È il momento delle grandi cerimonie, un ‘picciottu’ sta per entrare nella grande famiglia; il coltello c’è, il santino e la candela pure, tuttavia la sua mascolinità è dubbia. È meglio indagare, Katjuša (o Nataša) è lì per questo.
La scena è grottesca, divertente, ma, all’improvviso, tutto cambia di nuovo. Racco rimane come folgorato, le luci di scena si affievoliscono. Dall’ugola del cantastorie echeggia un canto antico, un suono senza parole.
La maschera è andata via, in scena adesso c’è un altro personaggio, curvo su un bastone corto. Un vecchio padre sta parlando con suo figlio: “Roccu! Ven’ cca Roccu!” Gli parla del lavoro e della fatica, tutte cose che però non servono a niente se non c’è l’amore, e lui suo figlio lo ama: “T’ vogghiu beni, Roccu.”
Cambia tutto di nuovo. Ora è tempo di processione; una moltitudine fuoriesce dalla bocca e dai movimenti fluidi e precisi del cantastorie: tamburi, vociare, fiumare di gente per la processione di Santo Rocco; i bambini, nudi, devono essere mostrati al santo: prima quelli di nome Rocco. Bambini innocenti, nell’età in cui la pelle ha ancora “il profumo di Dio”. Bambini che giocheranno e si ameranno come fratelli ma poi, crescendo, diventeranno diffidenti, si guarderanno in cagnesco e si ammazzeranno l’un l’altro. Sotto gli occhi del santo passano tutti, vittime e carnefici.
Ed è qui che traspare il nodo centrale di tutto lo spettacolo. Perché “Opera Aperta” è un’evocazione dell’omicidio di ‘ndrangheta di Rocco Gatto a Gioiosa Jonica (RC) il 12 marzo 1977. Dei molti moventi dell’assassinio “Opera Aperta” si concentra sulla denuncia di Rocco, alla Stazione dei Carabinieri, della chiusura illecita del mercato domenicale, imposta dalla ndràngheta per “onorare” la morte del boss Vincenzo Ursino. Il No di Rocco Gatto fu pubblico, consapevole, politico. Due mesi prima di essere ucciso, in una intervista RAI in prima serata, dichiarerà pubblicamente: non pagherò mai la mazzetta, lotterò fino alla morte. Nel 1982 il Presidente Pertini consegnerà a papà Pasquale la medaglia al valore civile e alla memoria di Rocco. Il padre rievocato da Nino Racco è un padre disperato per avere messo al mondo un figlio “troppo onesto”, “troppo buono”, poco incline a piegarsi per il quieto vivere. Con mimica pazzesca e grande sensibilità Racco mette in scena la rabbia di un padre che ora invoca “Peppe Stalin” ora Santo Rocco, due idoli neo-pagani a cui rivolgere le proprie preghiere, maledizioni e suppliche.
Non è difficile seguire Racco, la sua energia è fluida, i suoi movimenti esatti; si rimane catturati dal tamburellare dei suoi piedi o anche solo dalle contrazioni del suo polpaccio destro, lasciato scoperto per poco più di un minuto. Con caustica ferocia vengono evocati i curtigghi di due amanti: “U vidisti a ccu ‘mmazzaru?” E poi il racconto di quel giorno al mercato di Gioiosa Jonica tra ‘ndraghetisti che “oggi, niente mercato!” e commercianti che le provano tutte pur di non tornare a casa a mani vuote; la piazza quella mattina è un “mistero senza scene né attori”; nessuno sa niente, nessuno parla; solo Rocco Gatto osserva; e l’evocazione continua tra l’ipocrisia della gente e l’amore di Papà Pasquale, finché il cantastorie non si siede, e con amara ironia proclama la “fine della storia”.
Uno spettacolo intenso che rimane nella testa e nel cuore dello spettatore. Opera Aperta – delitto di mafia in Calabria è uno spettacolo di e con Nino Racco; Produzione: Piccolo Teatro Umano.

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