Recensioni Teatro
Popolizio, Trevi | Ragazzi di vita
28 marzo 2019
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Di Leonardo Mercadante

Ragazzi di Vita – Regia Massimo Popolizio, Drammaturgia Emanuele Trevi - Teatro Arena del Sole - Leonardo MercadanteBologna – La narrativa pasoliniana che viene restituita in un’opera corale, carnale e dinamica. L’opera e la figura di Pasolini sono un campo di battaglia sul quale ci si continua a scontrare da oltre sessant’anni. Nel 1955 l’esordio narrativo dell’intellettuale bolognese vide schierarsi detrattori tanto marxisti quanto perbenisti e gli valse, tra l’altro, l’esclusione dal premio Strega e un processo per pornografia. Protagonisti del romanzo sono i ragazzi del sottoproletariato romano nel secondo dopoguerra, privati di qualunque riferimento sociale, valoriale e familiare. Un quadro di degrado urbano fatto di prostituzione, violenza, risate feroci, furti, innocenza e desiderio di ammazzare il tempo. Quello di Popolizio e Trevi con Pasolini è un percorso lungo, basta citare la recente lettura di “Una vita violenta” per la trasmissione “Ad alta voce” di Radio Tre per il primo e la partecipazione al progetto “Petrolio” per il secondo, ma andiamo alla messa in scena di queste trecento pagine che tanto scossero l’Italia.
Dopo essere usciti dal Teatro Arena del Sole, venerdì 22 marzo, il materiale da elaborare è davvero tanto. La prima cosa a colpire è la direzione degli attori. La bravura dei diciannove interpreti in scena è sicuramente uno dei punti di forza di tutto lo spettacolo. A far da filo conduttore è la figura interpretata da Lino Guanciale, un ibrido tra narratore, alter ego di Pasolini e servo di scena a cui è affidato il compito di restituire uno sguardo di insieme sulle singole vicende.
Scrive Trevi: «Da una parte ci sono i ragazzi immersi in quello che fanno, e incapaci di vedere oltre alle immediatezze che li tengono impegnati. Dall’altra c’è questo straniero che li spia, e che a differenza di loro vede tutto, parla di Roma come se la sorvolasse come un uccello rapace o un drone. Ma non si accontenta di rimanere lassù. È attratto dal basso, dove brulicano le storie. E in queste storie è sempre presente, perché è lui a farle iniziare, a colmarne le reticenze, a rimetterle in carreggiata quando i loro protagonisti sembrano dimenticarsi di quello che stavano facendo e dicendo».
La drammaturgia di Trevi rimane legata ai fili del romanzo e ne rispecchia fedelmente la struttura circolare a episodi, con Riccetto che salva una rondine dalle acque del Tevere all’inizio e lascia morire annegato Genesio nell’Aniene alla fine. Il linguaggio rimane fedele alla rielaborazione pasoliniana del romano di borgata. Riprendendo da Ronconi il parlato in terza persona, l’azione scenica è sempre accompagnata dalla sua narrazione. Non esistono moventi interni né psicologia nella coralità di voci altisonanti e carni seminude dirette da Popolizio. A emergere è una pantomima primordiale e ingenuamente violenta. Padri maneschi, froci, madri, puttane, malavitosi e morti ammazzati si incontrano e si scontrano in un luogo che sembra appartenere più al mito che alla realtà. Un’eco collettivo di un passato lontano. In ogni scena l’ironia cruda e sudicia viene mescolata all’interpretazione singola e corale di canzonette dal gusto retrò.
L’intenzione di Trevi e Popolizio tutto sembra fuorché l’ennesimo omaggio fine a sé stesso alla figura di Pasolini. Sul palco si susseguono a ritmo serrato immagini e suggestioni che sembrano appartenere più a quelle evocate dalla mente di un lettore che a quelle del cinema neorealista, men che meno quello Pasoliniano.
Continua Trevi: «il testo sembra consistere in una serie di scene nelle quali il senso del comico e quello del tragico non si oppongono ma si trasformano. In queste scene prevalgono una marcata gestualità e il parlato romanesco, o meglio quella singolare invenzione verbale, di gusto espressionista e non neorealistico, che Pasolini definiva una lingua inventata, artificiale. Non è insomma la lingua in cui parlano i «ragazzi di vita», ma la loro lingua».
Il Riccetto, Agnolo, il Begalone, Alvaro, il Caciotta, lo Spudorato, Amerigo… sono solo alcuni dei nomi di questo sciame umano che dai palazzoni delle periferie si sposta verso il centro, prigionieri della contingenza e di una vitalità infelice. La scenografia essenziale ed estremamente minimalista, con pochi elementi intercambiabili (tranne che per due palazzoni di cemento) offre allo spettatore la possibilità di immaginare una Roma del dopoguerra con i suoi grandi spazi, l’asfalto rovente e i vicoli stretti, dove i lutti diventano più un passatempo che un rito. Importante anche la funzione scenografica delle immagini proiettate e il telo bianco che permette un uso studiato del proscenio e del fondo palco, catturando e direzionando lo sguardo dello spettatore.
La regia di Popolizio mette in piedi un’opera notevole, il cui unico demerito forse sta proprio nei suoi meccanismi di forza che, reiterati per un’ora e tre quarti, rischiano di desensibilizzare lo spettatore e far calare l’attenzione.
Ogni scena meriterebbe di essere descritta: il coreografico furto in tram; il litigio al cinema mentre sullo schermo passa un kolossal in costume; l’Aprilia che si schianta con tanto di piume d’oca volteggianti; Il Lido di Ostia in cui Nadia soddisfa e deruba i ragazzi, la scena dei cani antropomorfi che si sbranano aizzati dai padroni. Come tutto ciò che riguarda Pasolini anche questo spettacolo dividerà critica e pubblico in appassionati e detrattori. Noi lasciamo da parte queste polemiche e ci limitiamo a dire che “Ragazzi di vita” è un’opera che merita di essere vista e applaudita per ciò che è, un lavoro minuzioso dalla notevole resa spettacolare, estetica e concettuale.
Concludiamo con la lista dei credits: “Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini; drammaturgia Emanuele Trevi; regia Massimo Popolizio; con Lino Guanciale e Sonia Barbadoro, Giampiero Cicciò, Roberta Crivelli, Flavio Francucci, Francesco Giordano, Lorenzo Grilli, Michele Lisi, Pietro Masotti, Paolo Minnielli, Alberto Onofrietti, Lorenzo Parrotto, Verdiana Costanzo, Silvia Pernarella, Elena Polic Greco, Francesco Santagada, Stefano Scialanga, Josafat Vagni, Andrea Volpetti; scene Marco Rossi; costumi Gianluca Sbicca; luci Luigi Biondi; canto Francesca della Monica; video Luca Brinchi e Daniele Spanò; assistente alla regia Giacomo Bisordi; produzione Teatro Di Roma – Teatro Nazionale

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