Recensioni Teatro
Quero e Natalucci | Pupi siamo
28 agosto 2019
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Di Leonardo Mercadante

Messina – Un excursus semi-comico dal retrogusto divulgativo tra la vita e l’opera del più grande simbolo del teatro e della letteratura siciliana novecentesca, messo in scena da un duo di attori/amici di lunga esperienza. È il 23 agosto, la stagione estiva del Teatro dei 3 Mestieri è alle battute finali, pronta a lasciare spazio alle attività invernali. È il tutto esaurito. Gli organizzatori dirigono gli ultimi spettatori verso i posti rimasti. Finalmente si fa silenzio. Le 21 e 30 sono passate da poco. Buio. Dalle casse viene la voce di due uomini, uno dall’accento toscano (Marco Natalucci), l’altro un po’ meno (Gianfranco Quero). Sul palco, sistemati simmetricamente, abbiamo: due costumi appesi a delle grucce, con al centro dei cuscini e alcune scatole con la maniglia.
Quero & Natalucci - Pupi Siamo - leonardo MercadanteÈ l’inizio di una moltitudine che accompagnerà il pubblico per un’ora e mezza. Un pubblico che non sa se, come scritto nella sinossi, è di fronte a «due attori che stanno andando in teatro per recitare “I giganti della montagna” di Luigi Pirandello e ad un certo punto – con apparente casualità – si trovano in camerino a parlare della vita e dell’arte di Pirandello». Non lo sa perché Quero e Natalucci, in scena, sono talmente naturali che non sembra nemmeno stiano recitando. Non “fingono” cioè, di essere due attori; sono due attori, due amici, due uomini che conversano, improvvisano, divergono e convergono. Ma soprattutto, il pubblico non lo sa perché, tra flashback, cambi di luci e atmosfera, non ha il tempo di domandarselo.
Lo spettacolo piace. Sarà per la passione che ci spinge a divorare le biografie dei nostri autori preferiti; sarà perché Pirandello piace, e piace sentir parlar di lui. E quando si parla di Pirandello il compito è al contempo facile e immenso. È facile perché Pirandello, come tutti i grandi autori, è semplice. Immenso perché, tra le frattaglie della sua biografia e della sua opera, c’è il rischio di perdersi.
Quero e Natalucci hanno quindi il compito di saltare tra vita vissuta e vita narrata; tra parola e corpo; tra accelerazioni e rallentamenti; tra personaggi “reali” e inventati” che appaiono e scompaiono a intermittenza. È un gioco di carisma e abilità portato avanti con successo. Abilità sulla scena ma anche nella regia, affidata a Gianfranco Pedullà; abilità nella scelta delle luci, di Marco Falai, dei costumi e degli oggetti di scena, di Rosanna Gentili.
Uno dei punti cardine della drammaturgia è nel senso di appartenenza alla Sicilia, rappresentato da Quero, in abito bianco, che si incontra e si scontra (bonariamente) con l’estraneità curiosa del toscano Natalucci, in gilet.
Tanti i giochi di parole e i detti. Importante l’uso del dialetto e le sue traduzioni; il rapporto tra Luigi padre e Stefano figlio e quello tra Stefano padre e Luigi figlio.
Quero e Natalucci passano dalle suggestioni de “La favola del figlio cambiato” a quelle di “Ciaula”. Dall’ateismo garibaldino di Stefano padre a quello disilluso di Luigi figlio. Il pubblico scopre così del Pirandello bocciato in italiano; viene proiettato nei suoi pensieri e nella sua testa, dalle budella fino al … portafogli. Pirandello tra fortune e sfortune economiche. Pirandello figlio del caos. Pirandello laureato all’università di Bonn nel 1889 con la tesi “Foni ed evoluzione fonetica del dialetto di Girgenti”. Pirandello che, da morto, non volle «né annunzi né partecipazioni». Pirandello, il cui corpo venne cremato e le cui ceneri subirono un viaggio che sembra tratto da una sua novella. Pirandello e quella penultima notte, prima della morte, in cui dettò al figlio Stefano il terzo atto de i “Giganti della Montagna”, con l’ulivo saraceno e il Conte sul corpo di Ilse. Pirandello e la follia della moglie. Pirandello e i suoi personaggi.
E così, tra i frammenti tratti, tra gli altri, da “Uno nessuno e centomila”, “Il Fu Mattia Pascal”, “L’uomo dal fiore in bocca”, “Il berretto a sonagli” ed “Enrico IV”, lo spettacolo giunge al termine. «Pupi siamo, caro signor Fifì! Lo spirito divino entra in noi e si fa pupo. Pupo io, pupo lei, pupi tutti».
E Quero e Natalucci pupi si sono fatti per il loro pubblico. Pupi attraverso i quali i tanti e profondi temi dell’opera Pirandelliana hanno preso vita per un attimo. Pupi attraverso i quali l’amarezza per la distruzione del bosco del Càvusu non riesce a trattenersi. Pupi che evocano le solfatare e gli attori Angelo Musco e Marta Abba. Pupi che, una volta fatto buio, vengono applauditi a lungo: «Bravi!» esclamano in molti.
“Pupi siamo” è un progetto di Gianfranco Quero, un atto unico che merita più di quanto io possa scrivere e, sicuramente, di essere visto.

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