Recensioni Teatro
RUBINI / LO CASCIO | DELITTO / CASTIGO
6 febbraio 2019
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Di Alice Ingegneri

32fe54a6-1dfc-4cf5-acf6-b73c60cbeeceMessina – Al Vittorio Emanuele si è registrato il tutto esaurito per il fine settimana dal I al 3 febbraio che ha ospitato “Delitto/Castigo”, performance teatrale riadattata da Sergio Rubini e Carla Cavalluzzi del celeberrimo romanzo “Delitto e castigo” di Fedor Dostoevskij.
Entrando in sala, il pubblico viene accolto a sipario aperto e sembra di trovarsi all’interno dell’unica camera desolata di un appartamento. Un letto spoglio, un tavolino con una coppia di sedie e una di calici di vino, un appendiabiti. Nelle penombra del palco, però, osservando meglio si notano delle ombre che scendono dal soffitto disposte in due file composte; sul fondo, in mezzo a un groviglio di cavi, si erge una strana tavolata con sopra degli oggetti poco riconoscibili e una porta. Fra il chiacchiericcio e i colpi di tosse di un pubblico irrequieto si fa largo il rumore di una goccia d’acqua che cade.
Pochi minuti dopo le diciassette e trenta, orario previsto per l’inizio della performance, le luci in sala si fanno soffuse fino al buio. Si accende una luce dal taglio spigoloso e sul proscenio appare un uomo. È Luigi Lo Cascio che fin da subito si fa riconoscere nei panni del protagonista Rodiòn Romànovic Raskòl’nikov, il quale scrive rapidamente su un foglio la sua idea di scissione del genere umano: vi sono coloro che seguono le regole, che preferiscono fare i bravi soldati e obbedire in silenzio, e coloro che, invece, sono disposti ad ammazzare pur di godere di un senso di superiorità totale.
Il ritmo della pièce teatrale comincia come quello intenso che ci si aspetta dalla letteratura russa, ma viene subito interrotto dall’entrata in scena di Sergio Rubini e due leggii, creando una lettura di rimbalzo fra i due attori in scena.
Viene narrato quasi per intero, riassumendo e soffermandosi, il romanzo di Fedor Dostoevskij, partendo dal momento in cui Raskòl’nikov ha “l’idea”. Il pubblico ascolta il modo in cui questa idea diventa un tarlo che si scava la via nel cervello di questo studente/ex studente di Giurisprudenza che ha effettivamente deciso prima ancora di decidere: ucciderà l’anziana usuraia che lo sta facendo sprofondare nei debiti. Che sia poi questo il reale movente dell’omicidio non è mai chiaro nelle parole dell’opera di Dostoevskij. A partire da questo momento, avviene poi “il castigo”, non inteso come un castigo divino ma castigo in quanto pena sia fisica che morale. Raskòl’nikov si ammalerà infatti di una febbre che lo porterà a un deperimento fisico che coinvolgerà anche gli angoli più remoti della sua mente, dove ancora stanno annidate le immagini dell’omicidio divenuto duplice per una fatale casualità, dove i ricordi reali si mescolano alle allucinazioni che dopo giorni gli fanno dire “c’è ancora una macchia”, rendendolo automaticamente compagno di sventura della shakespeariana lady Macbeth. Non basterà al giovane cercare di convincersi di avere liberato il mondo da un essere inutile e maligno per ottenere quel senso di redenzione che, alla fine, non arriverà mai.
Il tormento mentale di Lo Cascio-Raskòl’nikov viene inscenato da quei cappotti che pendono dal soffitto. Si agitano o si animano come fantocci solo quando lui si trova lì tra loro, crollano al suolo dopo avere compiuto il delitto, si rialzano quando arriva la speranza che tutto possa tornare come prima. Il banco annodato di cavi e oggetti sul fondo del palco è la postazione del tecnico-rumorista che inscena suoni moderni e all’antica – ad esempio, la porta che cigola è realmente una porta che si apre scricchiolante, lo sparo di una pistola è realmente una pistola a salve che spara verso il pubblico. Certo, non è chiaro perché nel momento in cui c’è una frusta al proscenio il suo sia un suono registrato… – I rumori di scena vengono resi ancora più interessanti dalla colonna sonora, fatta per lo più da suoni astratti e stridii angoscianti che suggestionano l’ascoltatore, insieme con le luci dagli spigoli angolari e i tagli netti che colpiscono sempre alla perfezione il volto degli attori si ha una cornice tecnica che esalta le scarne azioni che si svolgono in scena.
Trattandosi di una lettura sdoppiata fra Rubini e Lo Cascio, è chiaro aspettarsi poco movimento sul palco. Ciò nonostante, durante quei momenti che prendono realmente la forma di una tradizionale messinscena teatrale, ci si aspetta di vedere gli attori abbandonare non soltanto il leggio – cosa che effettivamente accade, lasciandolo in certe occasioni cadere per terra – ma anche i copioni. Non convince pienamente l’interpretazione di Luigi Lo Cascio. Non è chiaro se il copione debba essere un costante e fedele compagno del giovane Raskòl’nikov o se questo sia soltanto un escamotage per camuffare la difficoltà di ricordare scene troppo simili fra loro. Se è vero che un tema ricorrente è quello dello sdoppiamento, della scissione che nel caso di Raskòl’nikov è homen nomen – in russo il suo nome significa proprio “scissione” – non è stato chiaro che cosa si stesse scindendo in questo giovane. Per quasi tutta la pièce vediamo un uomo che si dimena, che vaga per strada in preda alla febbre e quasi mai è chiaro il momento in cui appaia quella lucidità che gli fa credere di avere fatto la cosa giusta.
È Sergio Rubini a colpire realmente per la bravura, non soltanto per la scansione dei ritmi o per lo stile che ormai lo contraddistingue nel modo di recitare, poiché interpreta più di un personaggio e grazie alla variazione del tono della voce e della compostezza di una mano ecco che lo vediamo nei panni del commissario di polizia, di un ubriacone in taverna, della madre di Raskòl’nikov e poi via, un buio di pochi istanti ed è di nuovo al leggio nei panni del narratore, come se nulla fosse mai accaduto. Questo modo poliedrico di balzare da un personaggio all’altro, seppure con la calma che lo rende Rubini, lo fa apparire come quel demone che dovrebbe sempre essere un attore in scena, capace di spostarsi nel tempo e nello spazio senza che lo spettatore se ne renda conto.
Lascia perplessi la scelta di avere sul palco altri due attori nei ruoli di svariate comparse, fra cui Dunja la sorella di Raskòl’nikov, la prostituta Sonja, il padre di Sonja Marmeladov, Luzin e Lebezjatnikov (insieme a qualche operaio e imbianchino) che sono stati interpretati con poco spessore da Francesca Pasquini e Francesco Bonomo.
Colpisce molto il finale che ha il sapore cinematografico di “Psycho”, precisamente con gli ultimi istanti di camera immobile su Anthony Perkins nei panni di Norman Bates e un mosca che passeggia sul suo volto immobile. Ambientato sul proscenio in una luce oblunga, dopo avere udito il ronzio di uno sciame di mosche, con una sedia che è quella della centrale di polizia, Raskòl’nikov è preso da uno dei suoi deliri, farfuglia qualcosa di incomprensibile una volta, due volte ma lasciando che si capisca qualche parola scomposta come “vecchia, scale, accetta” e raggiunge il climax con un secco “sono stato io”.
In scena anche gli invisibili: Federico Benvenuto, Simone Borrelli, Edoardo Coen e Alessandro Minati come voci aggiunte, Gregorio Botta alle scene, Antonella D’Orsi ai costumi, Giuseppe Vadalà per le musiche e G.U.P. Alcaro per il progetto sonoro, Luca Barbati e Tommaso Toscano alle luci, Gisella Gobbi come regista collaboratore. Regia di Sergio Rubini, produzione diretta da Marco Balsamo di Nuovo Teatro e Fondazione Teatro della Toscana.

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