Recensioni Teatro
Silvina Alfie & Mache Figini | Ellas En Mi
15 novembre 2019
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Di Leonardo Mercadante

MESSINA – Il femminile non è un monolite, ma un microcosmo di archetipi tra cui non necessariamente si può – o si deve – scegliere. Un’unica donna porta dentro sé le voci della sua intera storia familiare e culturale. Una donna che entra nell’ombra, con un tamburo in mano e un canto. Una voce potente, profonda.
Una performance, quella di Mache Figini, dominata dall’energia cinetica e il movimento: lento e ampio, raccolto o esplosivo; con la schiena curva o con la schiena dritta; che si dipana attraverso un linguaggio simbolico e la connessione a quei famosi quattro elementi che, anticamente, si credeva costituissero l’universo.
Una performance di un’ora che vola d’un fiato, dove la logora dicotomia tra anima e corpo si frantuma per lasciare posto all’unità.
Silvina Alfie & Mache Figini - Ellas En Mi - Teatro dei naviganti - 10 novembre - Leonardo Mercadante - MessinaParola, corpo, mimica facciale… per quanto cerchiamo di scomporre la performance per analizzarne i dettagli il risultato è sempre uno, o forse doppio: come le due artiste, Mache Figini in scena e Silvina Alfie alla regia, che mescolano teatro e danza, contaminandoli con la loro ricerca intorno all’astrologia e alla guarigione energetica.
Mache Figini è una performer molteplice più che unica, e Silvina Alfie, che cura la regia, è un artista argentina che collabora col Teatro dei Naviganti dal momento della sua fondazione.
“Ellas En Mi”, che ha debuttato a Buenos Aires in ottobre, arriva in Italia con due repliche, il 9 e il 10 novembre.
Bello il lavoro sullo spazio scenico, tra musiche, videoproiezioni, costumi e impalcature a sostegno e nascondiglio di brandelli di passato e futuro.
ache Figini solleva rami secchi e se ne fa schiacciare; si lancia in acrobazie e si incurva su sé stessa, in una tempesta di fragilità, insicurezze, paure, sensualità, speranza, disperazione, e insensato istinto a pianificare tutto.
Tra scialli e costumi Mache Figini si spoglia e si veste un ruolo dopo l’altro: figlia, madre e amante; nella gioia esplosiva e nella tristezza più nera; nell’esserci, per sé e per l’altro; svuotandosi e riempiendosi fino alla morte, che può fare paura ma che è anche l’unico momento in cui non abbiamo più “niente da temere”.
La regia si gioca tutta sulla centralità del corpo e dei movimenti coreografici della Figini; sulla sua mimica, sul suo naturale trasformismo e sulla sintonia con gli oggetti di scena, come un drappo arancione al quale appendersi e ondeggiare.
Apprezzabile tutto, dal trucco, alle musiche, alle scelte cromatiche; e anche i piccoli – e preziosi – spazi lasciati al monologo. Uno spettacolo potente, solido, compiuto. Speriamo in altre repliche italiane.

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