Recensioni Teatro
Sutta Scupa | Miracolo
15 novembre 2018
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di Leonardo Mercadante

Clan Off - MiracoloSui volantini all’ingresso troviamo scritto: “Due fratelli hanno il compito di dare degna sepoltura a un migrante, ma il cimitero della città è stracolmo. Da ciò scaturisce un agro divertissement in cui i due provano, senza riuscirci, a sbarazzarsi del corpo del defunto. Miracolo prende spunto dalle ondate migratorie che attraversano il Mediterraneo per investigare la progressiva disumanizzazione della nostra società. L’embrione del testo nasce all’interno di Write 2016 (residenza creativa che coinvolge drammaturghi siciliani ed europei all’interno del monastero di Mandanici (Me).
La scena si apre con una donna dalla pelle d’ebano che affoga in un mare di plastica. Il suo strazio è palpabile. Lentamente, lascia lo spazio e dal “mare” emergono due uomini e una bara. Comincia così Miracolo, al suo debutto al Clan Off di Messina. Si potrebbe parlare del successo di questa performance citando gli applausi scroscianti e le risate sguaiate del pubblico, ma sono le reazioni di disturbo a darci la vera chiave di lettura della potenza devastante di quest’atto unico andato in scena domenica 11 novembre. Mentre i due volgari e paesani fratelli (Gabrielle Cicirello e Paolo di Piazza) trascinano una cassa snocciolando con malvagia innocenza tutte le possibili e impossibili tecniche per liberarsi del morto (pittiamolo di bianco! Facciamolo a pezzi!) un’anziana signora borbotta: “Non c’è niente da ridere, queste cose succedono davvero.” Questa frase verrà ripetuta come un mantra per quasi tutta la prima parte dello spettacolo.
Un signore seduto nelle file centrali non ce la fa proprio: “Ma quanto urlano!” E ha ragione! I due fratelli non danno pace alle corde vocali. Urlano, si disperano, sudano e litigano per tutto il tempo. Di tombe vuote al cimitero ne sono rimaste due e, se la matematica non è un’opinione, una è del fratello maggiore (imponente e sgraziato maschio alfa) e l’altra del minore (sdillico e altrettanto sgraziato subalterno). Ma questo cadavere osceno, questo immigrato, sembra venuto apposta a rubar loro l’eterno riposo.
Il dialogo tra i due è grottesco così come la loro visione del mondo. Questo dice il fratello maggiore a quello minore: i cadaveri diventano ossa; le ossa polvere, la polvere terra. La terra diventa fango, che è parente della creta; con la creta si fa la ceramica e con quest’ultima i gabinetti. Tra qualche centinaio d’anni chiunque potrebbe essere il gabinetto su cui un nostro simile farà i suoi bisogni.
Questa è la verità. E soprattutto, è l’unica volgarità che la drammaturgia di Massa concede al pubblico. Il resto delle imprecazioni sono censurate da una luce rossa intermittente e il suono assordante di una sirena. Massa applica dunque una costrizione dell’immaginazione: costringe a immaginare la volgarità. A immaginare il cadavere rinchiuso nella bara. A immaginare gli orrori che escono dalla bocca dei due fratelli. Ha ragione la signora a dire che non c’è niente da ridere. Ma quando a teatro ti viene sbattuto in faccia tutto il candido squallore a cui un essere umano può arrivare, o si ride o si è travolti. Chi sono allora quei due fratelli se non la rappresentazione di un’umanità lasciata sola con i propri abissi e che deve trovare una soluzione alla diversità della pelle e allo scarto che separa la morte dalla vita? Un’umanità sola perché sfiduciata: dai sindaci, dai dottori, dagli scienziati e dai propri simili. Sola ad affrontare la morte, sola con Dio. E i due fratelli, attraverso grotteschi rituali pseudo-religiosi conditi con festoni scoppiettanti, musiche e danze, tentano addirittura di riportare in vita il morto, affinché possa andarsene e lasciarli in pace. Ma nemmeno questo riesce. Perché i morti, quando sono vivi, non obbediscono ai comandi. Non c’è niente da fare. Quella bara rimane lì, oscenamente piena. Una cavità abissale nella quale il morto esiste e resiste. Cosa rimane da fare? Scappare su Marte? Morire e rinascere alberi? Nulla si può fare. Torna il silenzio e con esso la donna che stava affogando, in camicia da notte e tacchi a spillo, a render bianco chi non lo è, a immergersi nel buco osceno della bara, tra le braccia del morto. Fine. Buio. Applausi.
Massa scrive un testo esilarante, grottesco, crudo, vivido, drammatico e orrorifico. Un testo che rigurgita il peggio e il meglio del dialetto palermitano. Un testo talmente denso di finezze che non basterebbe un’esegesi. La sua regia si gioca sulla stimolazione sensoriale del pubblico, basta citare la puzza dei gas di scarico della motosega con cui i due fratelli tentano di fare a pezzi il cadavere, o la sensazione che tutta la scena stia per crollarci inesorabilmente addosso, che i due fratelli vogliano fare a pezzi anche noi. Gabriele Cicirello e Paolo di Piazza sono due interpreti che declinano la morte e l’assenza di vita in tutte le sue pieghe più grottesche. Usano la cassa da morto come tavolo su qui mangiare e nello spazio scenico danno l’anima, il sudore, il corpo e lo sputo. Glory Arekekhuegbe, l’unica interprete femminile è uno spettro, una presenza-assenza, un oggetto misterioso e impalpabile che apre e chiude uno spettacolo su cui ci sarebbe tantissimo da dire ma forse si è già detto troppo.
Miracolo è un atto unico scritto e diretto da Giuseppe Massa, con Gabriele Cicirello, Paolo Di Piazza, Glory Arekekhuegbe; scena e costumi di Mela Dell’Erba; luci di Michele Ambrose; suono di Giuseppe Rizzo; aiuto drammaturgia Giuseppe Tarantino; assistente regia Marco Leone; assistente alla produzione Elena Amato; ufficio stampa Vincenza Di Vita; produzione Sutta Scupa.

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