Recensioni Teatro
Teatro dei 3 mestieri | Io, Sarah
20 ottobre 2019
0

Di Leonardo Mercadante

Messina – In quanti modi si può parlare del suicidio? Chi è Sarah Kane? Come dare voce a un’artista e drammaturga britannica morta nel 1999 a ventotto anni – con buona pace del Club 27 – e che è riuscita a destabilizzare il teatro contemporaneo come pochi?
«Non è vero che da morti non si soffre, è solo diverso». A parlare è Sarah, ma non è lei. Lei non c’è; e chi non c’è non può parlare. Sarah viene parlata da Alice Sgroi; viene parlata attraverso l’adattamento del romanzo di Francesca Autieri, curato della stessa Sgroi e da Giovanni Arezzi – che firma la regia assistito da Gabriella Caltabiano.
Sarah si è data la morte in una clinica psichiatrica strangolandosi con i lacci delle sue stesse scarpe. Sarah viene evocata in un non-luogo, circondata dalle parole del suo ultimo amore; un amore assente, patologico. Patologico è la parola giusta ma, d’altra parte, a Sarah, la patologia chiamata depressione era stata diagnosticata molto tempo prima del suo ultimo atto: Sarah era stata medicalizzata, non capita. La comprensione ha l’abitudine di apparire postuma. Ma aldilà della comprensione quello che conta è che Alice Sgroi è lì, nello spazio scenico, a darsi in pasto a Sarah e al pubblico.
Teatro dei 3 mestieri - Io, Sarah. Ultime Ore di Sarah Kane - Leonardo Mercadante - IMMAGINETante cose colpiscono di questo monologo, andato in scena il 19 ottobre al Teatro dei 3 Mestieri, il primo della stagione invernale “Umane imperfezioni”. In primo luogo la regia pulita e semplice che accompagna una Sgroi alle prese con un testo difficile, sovraccarico di espressioni forti che rischiano di spezzare l’atmosfera.
Il non-luogo dove Sarah non-vive viene evocato in primis da una colonna sonora scelta con cura, a tratti noise; il numeroso pubblico del 19 ottobre viene accolto in sala da un elettrocardiogramma e una goccia d’acqua, due insistenze acustiche che scandiscono il tempo, simboleggiato anche dai fogli sistemati come lancette d’orologio attorno ad Alice/Sarah, in ginocchio, alla ricerca delle parole e dell’amore perduto.
Legge e rilegge Sarah, non si capacita di non aver trovato pace nemmeno da morta. E in questa distesa d’aria, tra pareti invisibili si muovono e soffrono Sarah e la sua attrice. Il suicidio ha la caratteristica ingombrante di essere incomprensibile a chi rimane in vita. E forse è questa la chiave di lettura di tutto lo spettacolo, cercare di comprendere l’ingombro: l’ingombro di un amore malato; l’ingombro di un’artista troppo grande; l’ingombro di una donna troppo problematica; l’ingombro d’esser sé stessi senza sconti, inavvicinabili eppure bisognosi. Monologa e dialoga Sarah/Alice: implora per una sigaretta; implora per un po’ di comprensione; implora che il dolore finisca; implora la crepa sulla quarta parete di amarla.
Chi è Sarah? Sarah è verbosa; Sarah pensa troppo; Sarah danza; Sarah piange; Sarah soffre il caldo; Sarah patisce il freddo. A volte, in mezzo a questo torrente melmoso di parole, il pubblico rimane solo con il silenzio, rotto soltanto da Alice/Sarah che diventa mosca, scarafaggio, medico, amante, finzione e urlo, in un continuo esplodere e implodere.
Questa produzione MezzARIA Teatro racconta di un anima che vedeva senza essere vista; che scriveva per strangolare una routine soffocante. Del testo vanno citati alcuni momenti ad alto impatto emotivo come, ad esempio, il frammento sulla pittura, il tormentone della sigaretta, la già menzionata crepa nel muro, la maglietta bianca scolorita.
Dopo un’ora e un quarto circa il monologo è alla fine, e la struttura circolare nella quale sembra apparentemente instradato esplode, insieme a tutta l’emozione del pubblico, fino a quel momento trattenuta e incerta. È proprio nel finale che quest’atto unico convince in pieno; merito, come già scritto, tanto della scrittura scenica – con un disegno luci semplice ma molto efficace, specie l’uso sporadico del verde che dà alla figura della Sgroi qualcosa di ultraterreno – quanto della Sgroi attrice, il cui lavoro sul personaggio restituisce una Sarah materica, potentissima e fragile anche – soprattutto? – in quei momenti dove la cadenza sicula dell’attrice si è fatta evidente – mai fastidiosa. Meritato il lungo e commosso applauso. Vi consigliamo, qualora dovesse capitarvi una replica nella vostra zona, di non perderlo.

Vedi anche:

Silvina Alfie & Mache Figini | Ellas En Mi

Di Leonardo Mercadante Messina – In quanti m...

continua

Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro | Miseria e nobiltà

Di Leonardo Mercadante Messina – In quanti m...

continua

Giusi Arimatea | Winter is coming

Di Leonardo Mercadante Messina – In quanti m...

continua

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *