Recensioni Teatro
Teatro Duse Bologna | Parenti Serpenti
27 febbraio 2019
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di Leonardo Mercadante

Teatro Duse di Bologna - Parenti Serpenti - Leonardo MercadanteBologna – Tra risate, applausi a scena aperta e un finale desolante, “Parenti Serpenti” è uno spettacolo che eccede la somma delle sue parti. Una tragicommedia in due atti di Carmine Amoroso conosciuta al grande pubblico per l’adattamento cinematografico del 1992 di Mario Monicelli. È la storia di una coppia di anziani genitori che aspettano tutto l’anno l’arrivo delle feste natalizie per rivedere i figli ormai lontani. Quest’anno però gli amati genitori hanno una richiesta. Vogliono finalmente essere accuditi. Lasciare la casa e andare a vivere con uno dei loro quattro figli. Questa richiesta diventa un terremoto negli equilibri precari delle varie famiglie che alla fine concorderanno sulla soluzione più spicciola e crudele.
La regia di questa messa in scena è di Luciano Melchionna. Una regia lucida, spietata ed estremamente umana, come appunto scrive Melchionna: “Immaginare Lello Arena, con la sua carica comica e umana, nei panni del papà mi ha fatto immediatamente sorridere, tanto da ipotizzare il suo sguardo come quello di un bambino intento a descrivere ed esplorare le dinamiche ipocrite e meschine che lo circondano nei giorni di santissima festività”. È straordinario e vulcanico Lello Arena nei panni di Nonno Saverio, appuntato dei carabinieri in pensione al quale “il computer nella testa ogni tanto fa cilecca”. Continua Melchionna: “È un genitore davvero in demenza senile o è un uomo che non vuol vedere più la realtà e si diverte a trasformarla e a provocare tutti?”.
Di sicuro è il fulcro di tutto lo spettacolo. Ed è anche l’unico a rompere la quarta parete rivolgendosi più d’una volta al pubblico e anche dialogandoci. Pubblico che con lui ride di gusto, anche quando le sue considerazioni si fanno più amare. Lello Arena qui è uno stralunato quanto lucido capofamiglia che si domanda come sarebbe se gli alieni atterrassero nel suo paesello e alla fine scopre che gli alieni sono i suoi stessi figli. Brillante e dal sapore eduardiano il duo con la moglie Trieste, interpretata da Giorgia Trasselli. I figli compaiono per la prima volta in platea, tra il pubblico. Il primo atto è tutto dedicato ai preparativi per la cena della vigilia. Importante è l’assenza dei nipoti, mandati dai nonni paterni o in settimana bianca. Sono grotteschi questi figli nelle loro solitudini e nel loro rapporto disfunzionale con i coniugi. Le nevrosi e i drammi – anche i più intimi – vengono rappresentati senza il minimo politically correct. Ci si rispecchia in questo quadro, anzi sembra di osservarsi al microscopio tra capitoni, smartphone, televisione e invettive contro i VIP. L’ambiente, quello della sala da pranzo, è montato su una scenografia mobile a più livelli – di Roberto Crea – che dona ancora più dinamismo alla scena. Cala così il sipario sul primo atto, tra scontri, incontri, incomprensioni, pettegolezzi e modelli di vita inconciliabili.
Il secondo atto prende una piega totalmente diversa. I genitori, dopo avere espresso ai figli il desiderio di andare a vivere da uno di loro, lasciano la scena – scendendo in platea. I figli, che prima ci erano stati presentati come macchiette, adesso assumono profondità e spessore. Le polveri prendono fuoco, i dissapori e gli attriti riaffiorano. I silenzi si trasformano in confessioni. Nessuno vuole saperne di prendersi carico dei tanto amati Trieste e Saverio. Nessuno vuole compromettere la propria vita privata. Scatta la gara tra chi ha fatto di più e chi ha fatto di meno. Viene così incrinato quell’idilliaco presepe che aveva relegato i due anziani a delle eterne statuette natalizie. Il conflitto tra i fratelli e i cognati nel suo culmine si sposta dal palco alla platea, tra urla e inseguimenti. Ma alla fine torna la concordia. E lo fa nel più tragico dei modi, con l’idea più scellerata. Quella rappresentata è una generazione che non sembra disposta né ad accudire i propri figli né i propri genitori e che, pur di conservare il proprio orticello mal coltivato, è disposta a qualsiasi nefandezza. L’ultimo regalo filiale è una stufa difettosa, il resto vien da sé. Trieste, Saverio e la stufa diventano una grottesca rappresentazione del presepe. I figli sono serpenti in nero che simulano dolore e ringraziano il pubblico per essere venuti al funerale di mamma e papà. Buio. Gli applausi ci sono, ma non hanno lo stesso sapore di quelli numerosi a scena aperta che hanno scandito tutte le due ore di spettacolo. C’è amarezza, ce n’è tanta.
Infine, una menzione d’onore va a tutti quelli che ne hanno permesso la realizzazione, perché – lo ribadiamo – questo “Parenti Serpenti” è più della somma delle sue parti. È un’analisi al microscopio dei nostri lati peggiori. È una trappola architettata con maestria che, con la scusa della risata, ci porta a dover fare irrimediabilmente i conti con le nostre ipocrisie.
Ecco la lista dei Credits: Produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro in collaborazione con Bon Voyage Produzioni e con il Festival Teatrale di Borgio Verezzi 2016. di Carmine Amoroso, con Giorgia Trasselli e con Raffaele Ausiello, Marika De Chiara, Andrea De Goyzueta, Carla Ferraro, Serena Pisa E Fabrizio Vona. Scene Roberto Crea. Costumi Milla. Musiche Stag. Disegno luci Salvatore Palladino. Assistente alla regia Sara Esposito. Regia Luciano Melchionna.

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