Recensioni Teatro
Teatro Duse di Bologna / La Classe
7 febbraio 2019
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dI Leonardo Mercadante

La Classe - Vincenzo Manna - regia Giuseppe Marini - Teatro Duse - Leonardo MercadanteBologna – Spiazza dal momento stesso in cui il sipario si apre e Claudio Casadio esordisce con un monologo sulle galline, animali sociali che però non ci pensano due volte a liberarsi a suon di beccate delle compagne deboli o malate. È “La Classe”, spettacolo in due atti visto al Teatro Duse il 4 febbraio, in cui la scena si sposta subito dal monologo in un’aula ricostruita con maniacale cura del dettaglio da Alessandro Chiti: colori freddi, banchi e sedie malandate, un televisore catodico e una lavagna nera, di quelle vecchio stile. Per terra fogli, tanti fogli. Cosa ci sia su quei fogli non si sa, forse le più di 2000 interviste a giovani tra i 16 e i 19 anni a cui è stato chiesto di parlare della loro relazione con gli altri e con il tempo; interviste che hanno costituito lo spunto drammaturgico per l’autore, Vincenzo Manna.
Il luogo della vicenda è un punto chiave. Esiste ma contemporaneamente non c’è. Siamo in un’aula, in un istituto d’avviamento professionale, in una città vicino al fiume e al mare dalla quale si vede un enorme campo profughi soprannominato “Lo Zoo”. Siamo ovunque e in nessun luogo. Siamo nell’anima e nel cuore della periferia europea.
I ritmi sono subito serratissimi, scanditi sia dalle luci fredde e taglienti di Javier Delle Monache sia dalle musiche incalzanti di Paolo Coletta. In scena Albert (Andrea Paolotti), discendente di immigrati di terza generazione; Albert ha 38 anni, una laurea in Storia ed alla sua prima esperienza lavorativa da professore. Le sue idee si scontrano inevitabilmente con la dura realtà. Il Preside (Claudio Casadio) è un uomo disilluso a cui interessa solo far quadrare i conti. Albert viene ammonito, dovrà tenere un corso di recupero crediti di quattro settimane a sei allievi con problemi comportamentali. L’obiettivo è il diploma a tutti i costi. Tra questi sei adolescenti Albert trova di tutto. La ragazza terrorizzata all’idea di non piacere agli altri; il maschio alfa che nasconde dietro a un coltello le proprie fragilità; quello che a parole cambierebbe il mondo ma che nei fatti non alza un dito; il ragazzo che rimane a scuola perché non sa dove altro dormire; l’adolescente intelligente che però rimane nell’ombra e, infine, quella che maschera il proprio dolore dietro una sessualità apparentemente disinibita. È una classe interessata solo al foglio delle presenze, aggressiva e spaventata dal futuro, dalla vita e dai rifugiati de “Lo Zoo”.
Albert non è un eroe senza macchia, anche lui è dominato dalla rabbia ma, nonostante i suoi limiti, riuscirà a far breccia nel disagio degli alunni grazie ad un escamotage. Il premio in palio – settantamila euro – per un concorso europeo a tema “I giovani e l’olocausto” sarà la scusa per far luce su un dossier che da tempo gira a “Lo Zoo” sulle vittime di un regime non meglio precisato ma che, esattamente come la periferia, è regime ovunque.
Quello della classe sarà un cammino che mieterà le sue vittime ma che, nel bellissimo finale, porterà i protagonisti superstiti a credere nel futuro, nei sogni, in sé stessi e negli altri. Il testo, traendo spunto da recenti fatti di cronaca (il capodanno 2016 di Colonia) tocca l’attualità da diversi punti di vista in modo violento, vivido, crudo e mai banale. Importanti sono il tema dello stupro, dell’accettazione del diverso, della responsabilità personale, della scelta e dell’agire. Infatti, come dice Albert, sono le nostre azioni a renderci le persone che siamo, non quello che diciamo.
Con questo testo Vincenzo Manna ribadisce con forza che non esiste nessun “loro” ma un unico grande “noi”. La regia di Giuseppe Marini è dinamica, serrata ed estremamente attenta; gli interpreti sono sempre sul pezzo, mai stucchevoli, eccezionali nel lavoro fisico e introspettivo. Edoardo Frullini, Valentina Carli, Haroun Fall, Cecilia D’Amico e Giulia Paoletti sono un gruppo d’attori affiatato, credibile e capace di suscitare le emozioni più varie in un pubblico che, per due ore, segue con estrema attenzione le vicende narrate.
“La Casse” è uno spettacolo co-prodotto da Accademia Perduta Romagna Teatri, Goldenart Production, Società per Attori in collaborazione con Tecnè, SIRP – Società Italiana di Riabilitazione Psicosociale, Phidia Srl e con il sostegno di Amnesty International – Italia.

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