opinioni Teatro
Teatro, streaming e altre parole che non dovrebbero far paura
19 giugno 2020
0

di Leonardo Mercadante

In un mondo che insegue la news usa-e- getta sarebbe opportuno fare più che un breve riassunto di quello che è successo al teatro in questi mesi di pandemia.
Alla vigilia di quello che oggi viene già ricordato come “il lockdown”, in Italia gli spazi teatrali sono stati i primi a chiudere. Lockdown che per “il teatro” ha comportato in primis una perdita di introiti incalcolabile, danni economici e seri problemi di sopravvivenza a tutti i lavoratori di un settore che molti dicono “per sua natura precario” e che in Italia soffriva e soffriva già di problemi peculiari; proprio per la loro tragicità, questi mesi non andrebbero dimenticati, così come non andrebbe dimenticato che questa quarantena ha obbligato (letteralmente) gli artisti teatrali a scontrarsi in massa e – va detto – finalmente,  con internet.
Fino a oggi qualsiasi operatore del teatro, dal tecnico al drammaturgo, aveva visto in internet poco più di un surrogato  ecologico della stampa e, se si tolgono alcune brillanti eccezioni – citiamo Natalino Balasso e Roberto Mercadini –  si erano limitati a spammare fotografie di scena, eventi o comunicati stampa; ma durante la quarantena, sarà per solidarietà, per combattere l’inattività o per paura di essere dimenticati, innumerevoli si sono  tuffati nel mondo virtuale cimentandosi in dirette più o meno riuscite e monologhi vari.
Questo ha suscitato la reazione di molti nomi noti, alcuni esempi: in una lettera aperta datata quattordici aprile su “Fandango”, Davide Carnevali, drammaturgo milanese di fama internazionale, lanciava le sue proposte scrivendo, tra l’altro: «Questo blocco generale non può essere allora una buona occasione per fermarsi e riflettere, piuttosto che produrre per forza o per inerzia proposte parateatrali di dubbia qualità?» E ancora: «Tra un drammaturgo che dà voce al virus come fosse un personaggio, un attore che smonologa su Skype e il mio vicino che scende in strada portando a passeggio una stufa elettrica con le rotelle ricoperta da un pellicciotto e legata a un guinzaglio, mi sembra che la teatralità sia tutta dalla parte di quest’ultimo.»
In un’intervista a Emma Dante, regista, scrittrice e drammaturga palermitana, uscita il ventuno aprile su Repubblica: «Non farò teatro sul web o utilizzando chissà quali tecnologie pazzesche: il mio teatro non diventerà mai virtuale, è più facile semmai che mi ritroverò a fare teatro con soli due spettatori.»
Le istituzioni hanno fatto la loro parte, non dimentichiamo l’improbabile richiesta del comune di Catania che, in nome della solidarietà, ha proposto agli artisti di offrirsi gratuitamente a un programma di eventi in streaming per la cittadinanza.
Lungi dall’aver fatto un riassunto esaustivo, la domanda che dovremmo porci è: che cosa ne sarà di questo impatto traumatico con internet dal quindici giugno, quando i teatri riapriranno? Davvero tutta questa esperienza è da buttare?
Curiosamente ben pochi sono i nomi noti che si sono lanciati a favore dello streaming: tecnofobia? nostalgia? rifiuto? Forse. Tuttavia dobbiamo segnalare che tutti, favorevoli e contrari, hanno usufruito della possibilità che internet ha dato di continuare la didattica a distanze. Scuole, accademie, laboratori teatrali – a Messina, tra gli altri, “La Luna Obliqua” di Sasà Neri e “On-Stage” di Paride Acacia; la stessa Scuola dei mestieri dello spettacolo del Teatro Biondo di Palermo diretta da Emma Dante –  sono andati avanti grazie a quelle “tecnologie pazzesche”.
Lo stop alle rappresentazioni dal vivo non ha impedito ai più di sperimentare quel mondo fatto di servizi di teleconferenza, videochiamate e chat istantanee senza le quali la stessa quotidianità durante l’isolamento a cui ci siamo sottoposti sarebbe stata più dura. E se forse è ancora presto perché le distopiche fantasie contactless dei più si avverino, è innegabile che internet assumerà d’ora in avanti un peso sempre maggiore non solo sulla resa dei prodotti che nasceranno da questi laboratori, ma soprattutto, nel lungo periodo, sull’immaginario collettivo teatrale.
Proprio “The Internet”, il luogo dei gattini, di wikipedia, del porno, delle legioni di imbecilli di echiana memoria e dello stalking attraverso feed di Instagram. “The Internet”, così onnipresente e così temuto, così semplice e così complesso. “The Internet” dalle potenzialità inesplorate. “The Internet” dove nicchie di persone unite da interessi particolari si possono incontrare a prescindere dalle distanze.
Tutto questo potrà davvero non avere peso sul teatro del futuro o forse, nel drammaturgo che monologa su skype così come in tutti i goffi tentativi di portare il proprio contributo online in questi mesi si può già intravedere qualcosa con cui, ci piaccia o meno, dovremo fare i conti?
Il teatro non si può ridurre ad un mero fattore audio-visivo, è vero. Eppure a prescindere dal volere dei puristi di ogni epoca il teatro ha sempre inglobato  nuovi linguaggi e ne ha fatto elementi   propri della scrittura scenica: sarà pure un’ovvietà, ma il disegno-luci, i microfoni, le videoproiezioni come sfondo e lo stesso sipario non sono entità eterne.
Non si tratta di lasciarsi trasportare dagli eventi, di parassitare il reale senza riscriverlo,  ma tentare di chiudere le porte al reale, illudersi che rifiutandosi di dargli espressione non si rifletta il nostro rapporto con esso  è, quantomeno, ingenuo. Si dice che il realismo sia propri di quelle società in cui il senso della realtà sfugge di mano; se questo fosse vero come si rifletterebbe nel teatro odierno? Come si riflette il senso della realtà in un mondo dove miriadi di echo-chamber polarizzate in contrasto tra loro,  tutte convinte di avere la realtà in pugno, non riescono, pur connesse, a comunicare? Dovremmo leggerci le cause di una tendenza al purismo e al passatismo? Al monologo piuttosto che al dialogo? A una struttura bifasica che oscilla tra il didascalico e l’incomprensibile?
Il problema, nel rapporto tra il teatro e internet, è che fino ad oggi la cinematografia  e la televisione generalista erano riuscite a creare solo fenomeni audiovisivi unidirezionali, “piovuti” dall’alto; su internet invece l’interazione è immediata, istantanea, talmente che per i più sembra non esistere un filtro tra i pensieri e il tweet.
Si potrà obiettare che quando si passa dalla velocità all’immediatezza la comunicazione perde di profondità, ma forse spetta proprio al teatro il compito di problematizzare questo fenomeno, piuttosto che di escluderlo.
Che piaccia o meno il selfie o il video in verticale sono entrati di prepotenza nel nostro canone estetico, nella nostra visione. E se il teatro non è solo visione ma è problematizzazione della visione, allora è evidente che internet rappresenta la nuova sfida del linguaggio teatrale.
Oggi attraverso le strisce di testo delle chat istantanee, gli audiomessaggi e le videochiamate passa la vita. È impossibile che tutto questo non abbia già colpito l’immaginario e la visione di nuove generazioni di drammaturghi e registi; queste visioni verranno elaborate artisticamente con sempre maggiore frequenza, e tutti dovremo essere pronti ad assorbirle, criticarle, e contestualizzare.

Vedi anche:

Aldo Rapé | Pinuccio. Storia di un caruso

di Leonardo Mercadante In un mondo che insegue la ...

continua

Tino Caspanello | Bar Stella

di Leonardo Mercadante In un mondo che insegue la ...

continua

Teatro dei 3 Mestieri | Il Signor Dopodomani

di Leonardo Mercadante In un mondo che insegue la ...

continua

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *