Recensioni Teatro
Tino Caspanello | Blues
1 febbraio 2018
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di Iria Cogliani

blues foto Atto UnicoMessina – È una pièce “a parte” questo “Blues”. Merita che ci si dimentichi di troppi monologhi che hanno reso, con alcune straordinarie eccezioni, un pessimo servizio al “genere”. Anzi, bisogna proprio che ci si dimentichi dei “generi” perché, a ulteriore riprova dell’ispirazione che anima la drammaturgia di Tino Caspanello, questo “Blues” non è solo un monologo, né è solo uno spettacolo dalle ascendenze beckettiane, né è solo una grande – e sottolineo grande – prova d’attore di Francesco Biolchini. Né, infine, è solo l’ennesima conferma della rispondenza di sensibilità artistiche tra l’autore, qui anche regista, e Cinzia Muscolino, qui firma di scene e costumi. È tutto questo, naturalmente, e tutto ciò già basterebbe. Tuttavia “Blues” rappresenta – ai miei occhi, che spero non si stiano sbagliando – quasi una svolta, soprattutto una svolta.

Certo “Blues” ha dentro per intero la “cifra” del Teatro Pubblico Incanto che produce lo spettacolo assieme all’associazione “Maneggiare con cura”. Una “cifra” che prende per i capelli lo stordimento esistenziale quotidiano e lo rimette al nostro giudizio, di spettatori e di viventi. E ha dentro l’estetica di questi autori – Caspanello e Muscolino lo sono entrambi, ognuno con gli strumenti nei quali maggiormente confida. Un’estetica che, per dir così, toglie la maschera perfino ai colori delle scenografie, e racconta che l’apparenza non riesce mai a ingannare davvero.

Ma Caspanello questa volta non ha scritto silenzi. Ha scritte storie, tante storie, diverse compiute e interdipendenti. C’è la storia dell’uomo che contabilizza i piccoli fatti della sua vita, i quali fatti sono i passaggi dei treni davanti alla sua abitazione. E c’è la storia dei genitori di quell’uomo che gli insegnarono a vivere così come sta facendo, soltanto che i treni che passavano un tempo erano altri, e poteva capitare, per quanto raramente, che un treno si fermasse per un guasto e i passeggeri scendessero a ristorarsi, chiacchierare, vivere insieme qualche ora degna di essere vissuta. E c’è anche la storia di una passeggera di oggi, che pur non esistendo in scena si racconta sillaba per sillaba nello sguardo del protagonista suo interlocutore.

Non è tutto. Questa volta non è la tematica, l’insensatezza del quotidiano, la solitudine ineludibile, l’amore sfiorato, a prevalere sull’individuo. Lo spunto, va da sé,  ha sufficiente grandezza per diventare narrazione universale, ma il punto di vista, il focus emotivo stanno altrove. Stanno, mi pare, nell’animo di quell’uomo che recita un uomo che vive una vita. Caspanello sembra scegliere di cedere la centralità della propria drammaturgia ad un altro essere umano, di cui prova a tra-scrivere i significati, i movimenti, le armonie, i disavanzi, pur mantenendosi fedele ai rigori e alla complessità della propria personale via artistica. Ed è probabile che altrettanta generosità presieda le scenografie di Muscolino, ch’è artista eclettica e complicata e qui si riversa in un piccolo tableau di segni primari.

Come al mio solito, prima di sedermi in platea non avevo letto niente della cartella stampa relativa allo spettacolo. Preferisco così. Leggo dopo. A volte anche molti giorni dopo. A volte mai. Ho quindi scoperto in ritardo che Caspanello ha scritto questo testo su richiesta di Biolchini per Biolchini. Un fatto, questo, che parrebbe confermare quello spostamento di focus di cui dicevo. Ma che mi fa sospettare ancora qualcos’altro. E cioé che Caspanello, ormai autore consolidato, studiato e rappresentato in Europa e non solo, è tuttoggi capace dell’umiltà necessaria a indagare nuovi percorsi. E qui ci vedo una sorta di indiretta lezione per i tantissimi che in teatro si fermano sul già fatto, magari per affinarlo ogni volta un po’ di più, come impauriti dalla possibilità di perdere se stessi se solo si azzardano a guardare l’altro, gli altri.

Di questa paura si sono liberati anche Auretta Sterrantino e Vincenzo Quadarella che danno vita alla rassegna “Atto Unico”, giunta alla quinta edizione quest’anno e quest’anno per la prima volta aperta da un’opera non loro, aperta appunto da “Blues”. Una scelta esatta, che ha portato al doppio sold out nella pur piccola Chiesa di Santa Maria Alemanna e che lascia sperare bene per i prossimi appuntamenti in cartellone.

 

 

 

 

 

 

 

 

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