Recensioni Teatro
Valerio Binasco | Don Giovanni di Moliere
25 febbraio 2019
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di Leonardo Mercadante

Valerio Binasco - Don Giovanni - Teatro Arenal del Sole - Leonardo MercadanteBologna – Si dice che la nostra sia l’epoca della crisi del maschio. L’etimologia della parola deriva dal verbo greco krino e in senso più lato significa discernere, giudicare, valutare. Potremmo coglierne anche una sfumatura positiva, in quanto momento di riflessione, di valutazione, di discernimento. Sarà forse questo ad aver spinto Valerio Binasco, attore e regista di successo, attualmente direttore artistico del Teatro Stabile di Torino, a mettere in scena questo testo?
Stando a quanto da lui dichiarato “Don Giovanni fa parte dei grandi titoli del passato, ma contiene un mistero moderno di cui non conosco la risposta. Tutto quello che so è che è un testo che non ha mai smesso di affascinare”. Dal 1630, con la commedia di Tirso de Molina, il personaggio di Don Giovanni, libertino che passa il tempo a sedurre donne (specialmente vergini o sposate) e a doversi poi scontrare con i rispettivi uomini è vissuto nei testi, adattamenti, regie e drammaturgie che lo hanno analizzato, ribaltato, sviscerato e persino reso donna. Possiamo pure definirlo un classico, ma il Dom Juan ou Le Festin de pierre di Moliere è la commedia tragica che nel 1665 scandalizzò benpensanti ed ecclesiastici. Un’apologia del libertinismo con un eroe-criminale ateo e bestemmiatore che orgogliosamente sfida Dio.
Ma in che modo questo è attuale nell’epoca della crisi del maschio? Che Don Giovanni è quello andato in scena al Teatro Arena del Sole nella replica di venerdì 23 febbraio?
Il prologo con proiezione di battute su telo nero e il sottofondo di “Starway to Heaven” fa ben presagire. La regia di Valerio Binasco, grazie a un sipario interno, mantiene la struttura originale in cinque atti – con pausa tra il secondo e il terzo – e tratteggia un’atmosfera decadente, sulfurea, ma al contempo elettrica. Il rosso e la carta da parati strappata dominano le strutture ad archi della magnifica scenografia di Guido Fiorato.
Punto di forza di tutta la rappresentazione è il duo Don Giovanni/Sganarello (Gianluca Gobbi e Sergio Romano). Il conflitto tra il diavolaccio in giubbotto di pelle, corpulento e fallocratico, e lo smilzo, ridicolo, sottomesso e superstizioso servo genera movimento e risate e rende i dialoghi molto efficaci. Perfetta l’intesa tra i due.
Con il bacino proteso in avanti e il ghigno sempre in faccia Gianluca Gobbi è un Don Giovanni tutt’altro che affascinante, un predatore più che un seduttore. Un bullo di quartiere forte con i deboli ma debole con i forti; privo di rispetto verso il prossimo – o la prossima – usa la parola per ingannare, bestemmiare, sedurre e impietosire. È al contempo vittima e carnefice del mondo che lo circonda. Un mondo che vorrebbe fargli pagare le sue malefatte ma che rimane ammaliato e paralizzato dal suo narcisismo ruffiano e infantile. Un vero bambinone viziato. Niente sembra toccarlo. Né l’amore di Donna Elvira (Giordana Faggiano) né l’ira dei suoi fratelli, dei quali si prende gioco tra popcorn e falsi pentimenti; nemmeno il biasimo del padre, che teme, cerca di evitare ma di cui sa benissimo come prendersi gioco. Nessun pentimento, nessun’analisi, nessuna capacità di comprendere né di comprendersi, la sua vita finirà ai piedi della statua del Commendatore, uomo da egli ucciso che torna a perseguitarlo ma che lui non fa che deridere. “Altri trent’anni ma poi si cambia vita Sganarello!”. Le ultime parole famose.
Decisive alcune scelte registiche e scenografiche. L’immensa luna che domina la scena dal terzo atto in poi; il ruolo di macchietta nonsense dato a Ragotino; l’aver trasformato Carlotta e Pierotto da contadini a cameriera e disoccupato dal forte accento campano e i vestiti comprati al mercato rionale.
A voler essere pignoli si nota un certo rallentamento sul finale, un incespicare della struttura che sembra crollare su sé stessa e perdere di vitalità. Sensazioni mitigate dall’estrema bravura di tutto il cast e dalla costruzione della scena che rimane sempre all’altezza delle aspettative. Alla fine Don Giovanni muore e tutta e la paura che Sganarello aveva per l’anima del padrone si risolve in un disperato: “E adesso chi me la dà la paga?”. Sipario.
Partono le note di “Whola Lotta Love”. Il cast esce a riscuotere l’applauso. Due ore sono trascorse, nelle quali il pubblico ha assistito a uno spettacolo molto ben fatto, acido e amaro, dove niente e nessuno sembra incarnare alcunché di positivo. Dio è morto, Don Giovanni è morto, il maschio è in crisi e nemmeno Sganarello si sente troppo bene.
Ecco la lista dei credits. Regia Valerio Binasco. Con (in ordine alfabetico) Vittorio Camarota, Fabrizio Contri, Marta Cortellazzo Wiel, Lucio De Francesco, Giordana Faggiano, Elena Gigliotti, Gianluca Gobbi, Fulvio Pepe, Sergio Romano, Ivan Zerbinati. Scene Guido Fiorato. Costumi Sandra Cardini. Luci Pasquale Mari. Musiche Arturo Annecchino. Assistente regia Nicola Pannelli. Assistente scene Anna Varaldo. Assistente costumi Silvia Brero. Produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale.

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